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Signora, 7 anni ci sono andato dal professore. Un lavoro enorme, ma un ottimo lavoro. 7 anni con un dolore fortissimo, poi forte, poi medio, proprio qui, dove adesso vede questa macchiolina. 7 anni a scavare, scavare, spostare, trivellare, asportare. Ci si riempivano 2/3 persone con tutto quel materiale. Una fatica che non le dico. Non ha idea della quantità di roba inutile che ci portiamo dentro. Sa cosa le dico? Buttare, buttare via. Perché poi, alla fine, guardi qua: vede qualcosa, oltre la macchiolina? Vuoto. Vuoto! Eppure vivo, perfettamente vivo. E agilissimo, anche fisicamente.
Le dico una cosa che le suonerà incomprensibile: la natura tende al minimo livello energetico. E gliene dico pure un’altra: la maggior parte del lavoro si spreca in attrito.
Mi creda, signora, ci vada. Gli elefanti sono in via di estinzione. Non è proprio più il momento di fare gli elefanti.
da “Il mio lettino piccolo”, VV. AA.
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$ Factor: il Talent show come ultima umiliazione dell’arte

“Se dovessimo cercare una speciale caratteristica che distingua la nostra epoca, non saremmo lontani dal vero se dicessimo che tale caratteristica è l’incapacità di grandezza. Non c’è mai stata al mondo, crediamo, un’epoca così grama e meschina. Siamo incapaci di pensiero profondo, di emozione intensa, di azione coordinatamente superiore. Siamo gli artificiali e i provinciali di noi stessi. Non si potrebbe descrivere meglio quel che sta accadendo negli animi e nel mondo che dandogli il nome di provincializzazione dell’Europa.”
Fernando Pessoa, Il libro del genio e della follia

Dove l’arte è ridotta a mero esercizio riproduttivo di modelli calati dall’alto.
Dove l’ingegnerizzazione del prodotto artistico richiede l’implementazione di macchine umane sempre più alienate, sempre migliori nell’esecuzione, più programmabili, più settorializzate: statiche macchiette, flat characters.

Si chiama Talent show, ed è uno dei più mostruosi dispositivi biopolitici di questi ultimi anni. E’ un format televisivo grazie al quale in ogni casa arrivano forti e chiari i canoni che l’industria culturale ha stabilito per ogni suo scaffale, dal reparto dischi al banco dei libri, fino ad arrivare all’angolo gastronomia e alle frittate, pardon, omelettes.

Il funzionamento è molto semplice e – nella sua follia – lineare: l’arte viene assolutizzata, immobilizzata, deportata in mezzo ad uno studio televisivo, e gli aspiranti artisti le si avvicinano a turno per vedere chi le somiglia di più, in un paradossale scambio di posizioni dove la critica non segue più l’arte ma ontologicamente la precede.

Sulle pareti, nel frattempo, viene proiettato il solito circo emozionale: la lacrima di chi sbaglia la dose di burro nella torta; l’espressione schifata dello scrittore di successo mentre strappa il romanzo di un concorrente; l’inquadratura stretta sulla disperazione del ragazzo che viene eliminato dalla scuola di teatro. La banalizzazione dell’arte passa per la reificazione dell’emozione: l’uso coercitivo della tecnologia ci condanna alla dittatura dell’ipotalamo.

Ed è proprio nell’intimo del cervello che, oltre all’idea che l’unico modello di danza sia quello di Maria de Filippi e l’unico modo di cantare sia quello di X-Factor, si instilla anche la paura del fallimento. Trionfa chi si attiene meglio al compitino assegnato, chi viene incontro ai giudici, ai professori, al televoto, alla massa. Vince chi sacrifica la propria personalità sull’altare dell’omologazione.

Da ciò segue la distruzione di ogni possibilità di ‘genio’: ogni tensione creativa viene incanalata sui binari del fruibile, dell’orecchiabile, del monetizzabile. L’arte non avanza, i parametri rimangono sostanzialmente immobili nella palude del commercio, salvo alcune variazioni formali intorno al trend della domanda.

Il corto circuito è completo: la massa compra ciò che l’artista produce secondo i criteri dell’industria che plasma la massa. Oppure, per gli amanti della costituzione, “La sovranità artistica spetta al telespettatore, che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dal format.”

La trascendenza è solo uno scomodo ricordo del passato.
Come un tavola dove mangiare, un letto dove dormire, oggi anche l’arte è finalmente orizzontale.

 “Oggi, l’estendersi dell’educazione e la costante agitazione di problemi intellettuali producono, diciamo, dieci uomini di talento per ognuno che ve n’era anticamente; per cui concludiamo che siamo superiori. Ma per ogni cinque uomini di genio che v’erano un tempo, oggi non ne produciamo alcuno. E poichè dieci talenti non fanno un genio, un’epoca di molti talenti non è, nè vale, un’epoca di un solo genio.”(ibid.)

Mi consola.

“Amo tutto di te. Le ciglia, i gomiti, le unghie dei piedi. Le braccia forti, le gambe fortissime. E poi quel carattere così protettivo, così paterno, e le tue fisse mentali un po’ buffe, le passioni così accese. Ecco, io amo tutto di te, quindi ti amo. E anche se a prima vista dovremmo dire che quest’ultima frase è del tutto falsa, perchè non siamo la mera somma delle nostre caratteristiche e blablabla, oggi risulterebbe una considerazione medievale, olistica, pesantissima.
Ti prego, amore, smettiamola con queste storielle e lasciamoci risucchiare dal brodo della contemporaneità. Costruiamo un rapporto solido, costruiamo noi stessi, ricostruiamo le nostre cellule, i nostri denti. Siamo modi della Natura, ma siamo anche i suoi ingegneri.

Tesoro, non ti cambierei per nessun altro al mondo diverso da te.

O uguale o niente.”

“Anche io ti amo. Ti amo al di là di te, e anche al di qua. Ad essere precisi, amo i 5 millimetri di epidermide che separano la tua essenza dai tuoi peli incarniti. Amo la parte dove hai quel po’ di adipe che giustifica i miei 100 chili di troppo. La parte dove c’è tua madre che mi rompe il cazzo e giustifica le corna che ti metto con tua sorella. La parte che contiene l’idea orribile che ho di te e che mi fa digerire la consapevolezza che ho di me. Essendo io il fine, certamente ti amo in quanto mezzo – e ci troviamo proprio al limite della giustificabilità. Ma il punto è che io ti amo anche in quanto luogo: sei la casa dove posso tornare ubriaco, pisciare a terra, vagare in canottiera. Da te vengo a cenare con le coppie di amici, da te porto il mare d’estate e la montagna d’inverno, le capitali europee a Capodanno.

Sei il mio luogo comune preferito.

Sei l’oggetto di tutti i miei desideri di 30 anni fa.

Sei il fiore all’occhiello della mia solitudine.”

A modest proposal

A 65 anni della nascita di Israele, è tempo di stilare un bilancio obiettivo. Sono stati 65 anni di gioia, perchè il popolo di Dio dopo migliaia di anni è riuscito a mantenere la promessa che il libro di Dio gli aveva fatto, ma sono stati anche anni pieni di dolore, attentati, scontri, guerre. E ciò che è più grave è che il progetto finale, la realizzazione della Grande Israele, è ancora in fase di stallo per la pervicace presenza degli arabi palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

C’è qualcosa che non ha funzionato, forse già dalla prima metà del secolo scorso, quando il sionismo iniziava la colonizzazione della Terra Santa in vista della Grande Israele. D’altronde, trattandosi di un progetto che sotto l’apparenza religiosa nascondeva una profonda volontà del mondo occidentale di espandersi in territori ancora “vergini”, sorge immediato il tentativo di paragone con la gloriosa “conquista del West” che ha portato alla realizzazione degli odierni Stati Uniti d’America. Andando perciò ad analizzare la storia d’oltreoceano, risulta evidente che – nonostante si trattasse di territori molto vasti – la pulizia etnica fu portata a termine in maniera egregia, fatta eccezione per i folkloristici gruppetti di indios che tuttora pascolano nelle riserve.

E la somiglianza dei due fenomeni coloniali, oltre agli aspetti economici e politici, è ancor più evidente sotto il profilo “motivazionale”: Jeffrey Amherst, comandante britannico, nel 1763 considerava i nativi americani “non un nemico, ma la razza più vile che abbia mai contaminato la Terra, la cui eliminazione va considerata come un atto di liberazione a vantaggio dell’umanità”; in maniera molto simile Raphael Eytan, ex-capo dell’esercito israeliano, parlò degli arabi palestinesi come “scarafaggi impazziti in una bottiglia”, e nel 2000 Ehud Barak aggiunse che erano “un cancro da curare con la chemioterapia”.

Ehud Barak e Barack Obama

Ehud Barak e Barack Obama

La domanda è quindi obbligata: cosa è mancato all’avanzata sionista nel ‘Near East’ rispetto a quella europea nel ‘Far West’?

Credo, e non è paradossale, che sia mancato un pizzico di cattiveria.

Certamente, episodi “forti” ce ne sono stati. Cito solo due esempi: il 9 aprile 1948, 6 settimane prima della proclamazione dello Stato d’Israele, l’intero villaggio di Deir Yassin venne raso al suolo insieme alle vite dei suoi 300 abitanti; nei 23 giorni a cavallo tra il 2008 e il 2009, l’esercito israeliano scatenò l’operazione Piombo Fuso contro la – sostanzialmente inerme – Striscia di Gaza, uccidendo 1434 persone e ferendone 5303, anche attraverso l’uso del fosforo bianco.

Piombo Fuso

Esplosione durante Piombo Fuso

Insomma, il rigore razziale è sempre stato affiancato da azioni materiali, eppure, a 65 anni dalla famosa Nakba, i dati parlano chiaro: in Palestina ci sono ancora 3,3 milioni di arabi, divisi tra West Bank e Gaza, ai quali vanno sommati gli 1,3 milioni di arabi israeliani.

Oltre a queste cifre, obiettivamente non possiamo negare che la situazione sia insostenibile ed imbarazzante. Non possiamo fare finta di non vedere lo stato di effettiva e piena apartheid in cui vive la popolazione palestinese. Vessazioni, umiliazioni, negazione di diritti fondamentali, sono tutti episodi all’ordine del giorno nell’intera regione sotto il controllo israeliano.

Per trovare una via d’uscita, la soluzione dei due Stati è razionalmente insostenibile, non solo perchè prevede che uno dei due Stati sia ebraico, quindi fondato su una religione (l’ebraismo), quindi confessionale, e quindi contro ogni principio democratico, ma a maggior ragione se pensiamo che lo Stato di Israele è nato appena 65 anni fa su un territorio già abitato, e le persone che in quanto ‘non-ebree’  sono state cacciate dalle loro case sono ancora in vita, rendendo di fatto inapplicabile anche la bizzarra teoria dell’ ”ognuno a casa sua fa quello che vuole”.

D’altronde, l’ipotesi di uno Stato unico binazionale, se è vero che sotto il profilo dei diritti umani sarebbe legittima e democratica perchè permetterebbe a due etnie di vivere liberamente nello stesso territorio, è in evidente contraddizione con il fondamento ideologico del sionismo, che esige la purissima ebraicità della popolazione che vuole abitare la Terra Santa.

Che fare, allora?

A questo punto del ragionamento, la mia proposta – per quanto forte e decisa – diventa una scelta quasi obbligata: annientare rapidamente la popolazione palestinese.

Le conseguenze politiche sarebbero nulle o irrilevanti, avendo la comunità internazionale già dimostrato di essere piuttosto disinteressata alle dinamiche della regione. D’altro canto, i vantaggi per il benessere di Israele sarebbero evidentemente illimitati.

Per quanto attiene alle questioni pragmatiche, da semi-incompetente dell’arte bellica posso solo dire che 4,6 milioni di persone non mi sembra un numero insormontabile. Certamente un eventuale uso delle bombe atomiche israeliane sarebbe sconsigliato, non già perchè il simpatico “segreto di Pulcinella” che ruota intorno alla loro esistenza verrebbe smascherato, ma soprattutto perchè in questo modo si andrebbe a contaminare un territorio che, facendo parte della Grande Israele, è comunque da considerarsi divino.
D’altronde il fosforo bianco ha già dato prova di grande efficacia riguardo la distruzione dei tessuti cellulari umani, e la altissima densità abitativa nei territori palestinesi faciliterebbe notevolmente l’uso di queste bombe, riducendone anche gli sprechi.

Fosforo bianco

Effetti del fosforo bianco

Tutto ciò senza considerare che la popolazione araba, una volta realizzata l’irreparabilità della situazione che si verrebbe a creare, sarebbe almeno in parte spinta a migrare altrove, allontanandosi autonomamente dal recinto divino. Possiamo stimare questa porzione in un terzo del totale, riducendosi così a 3,1 milioni il numero di arabi da sopprimere.

Considerato lo stato dell’arte, e visti anche i solidi rapporti con l’avanzatissimo esercito statunitense, ritengo che questo obiettivo possa essere raggiunto, a ritmi serrati, nell’arco di 30 giorni. 30 giorni di sacrifici, di sforzi, di impegno concreto, ognuno a combattere nel suo ruolo questa guerra purificatrice. 30 giorni a fronte di un’eternità pacifica ed incontaminata.

Credo valga la pena.

L’autoincoscienza degli abortisti e la campagna modaiola in difesa di leggi pilatesche

Dialoghi abortisti

‘Eroe’ sì, ma a fin di bene

È difficile pensare a come nasca un eroe; non siamo abituati. Solitamente li vediamo già pronti: biografia ufficiale, poche foto, parecchi ritratti, moltissime magliette e adesivi. Non abbiamo mai a che fare con l’uomo che c’è stato dietro, ma solo con la figurina da attaccare sul letto.

Però oggi succede una cosa nuova. Oggi ne abbiamo uno papabile, e ce l’abbiamo (quasi) ancora qua, fresco fresco. Ha smesso di operare 730 giorni fa. È ancora completamente intero, non scremato della sua complessità. Anche perché quando è morto era qua dietro, a tre ore di aereo, un’ora di fuso orario. E poi aveva un blog che aggiornava tutti i giorni, con i suoi reportage e con i suoi commenti personali. Certo, da attivista umanitario era anche stato in Croazia, Russia, Ucraina, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca Perù, Togo, Ghana, Tanzania, ma ora era qui in Palestina, sotto gli occhi virtuali di tutti; quasi in mezzo a noi.

Quando una persona così non c’è più, in troppi si affrettano ad usare la parola ‘eroe’. Ma è un uso leggerino, impunito, inconsapevole. ‘Eroe’ dell’eroicità di Batman; “EROE” nel titolo in prima pagina per vendere più giornali. E allora altri, giustamente, si infastidiscono di questo uso commerciale, lucrativo.

In effetti definire ‘eroe’ un uomo intero è riduttivo. Un uomo intero, pieno di muscoli e tatuaggi come era Vittorio Arrigoni, è la summa della complessità e quindi della bellezza; è ciò che effettivamente non andrebbe mai descritto con la presunzione di essere esaustivi.  Perciò definirlo, accerchiarlo, attaccargli un cartellino con scritto il suo ruolo, è sempre una riduzione.

Forse però è la storia del linguaggio ad essere sempre, tragicamente, una riduzione della realtà. Non c’è poesia che la contenga tutta, come non c’è dipinto che raccolga tutte le sfumature di un colore, e non c’è reportage che racconti, ad esempio, l’intera tragedia della Palestina.

Eppure Arrigoni provava a raccontarla, e altri continuano a provarci, perché qualcuno deve farlo.

Ecco, credo che dobbiamo chiedere al corpo e alla memoria di Arrigoni un altro sacrificio. Enorme, oneroso, sofferto addirittura dagli amici più stretti e dai parenti, che ancora una volta non possono tenerselo al sicuro sul divano di casa ma devono condividerlo col mondo.

Arrigoni deve fare l’eroe.

Deve prestare il nome all’asilo di Gaza, poi ad una piazza, poi ad una strada, poi ad un liceo. Deve diventare un ponte semantico che possa trasmettere attraverso il suo essere “eroe”, in maniera più ‘mediata’ ma più efficace, il suo restare umano. Per quanto brutto possa suonare, deve rendersi strumento nella narrazione di chi è vivo, perché la sua storia diventi un esempio e alimenti in altri il desiderio di cambiare questa Storia spesso disumana.

Io non l’ho mai conosciuto, ma mi permetto di pensare che Vittorio accetterebbe anche questo sacrificio.

Non è tanto Renzi

Ciò che fa soffrire non è tanto un eventuale governo Renzi. Anzi, il fatto che finalmente i vertici del più grande partito “di sinistra” lascino il pilatesco ruolo di “concorso esterno” e prendano finalmente le redini di questa devastazione sociale, potrebbe essere un passo avanti perchè la base si svegli dal coma e ricostruisca qualcosa di serio.

Ciò che fa soffrire è che non ci sarà nessuna base a voler ricostruire.

Ci saranno i 60enni, confusi da “quel giovinastro fiorentino” ma in fondo contenti, perchè da quando la struttura non esiste più neanche nella loro testa e il gioco ormai si è risolto nel mettere la propria bandiera in cima alla sovrastruttura, dopo decenni di sconfitte Renzi gli avrà finalmente regalato questa soddisfazione.

Poi ci saranno i festeggiamenti, pur sempre pacati e , dei 50enni, di chi è nato per assecondare il flusso degli eventi, e vota solo “chi ce la può fare perchè altrimenti è un voto sprecato”, e ripete istericamente che bisogna guardare avanti perchè in realtà si vergogna di guardare in faccia tutti quelli che sono rimasti indietro.

E poi ci saranno i ggiovani-de-sinistra, “il futuro del paese” (anche se sono ancora indecisi su quale paese), che invaderanno i gazebo e i social network con le loro bandierine, le magliette “ADESSO!”, la sensazione – purtroppo reale – di aver vinto, loro che non sono mai stati altro nè ne hanno mai sentito parlare.
Gongoleranno, crederanno di aver combattuto una guerra lampo e di aver avuto ragione; si sentiranno fieri dei loro mouse.
Si rallegreranno per aver dato “una spallata ai vecchi poteri”; torneranno a casa, accenderanno la tv, e guarderanno un potere moderno, giovane, sottile, amichevole.

Tanto per cambiare, la barbarie culturale dirà di essersi vestita da progresso, e nessun bambino avrà occhi per urlare che in realtà è più nuda di prima.

Dio è morto, Marx è morto, e Renzi ha appena 38 anni.

Nota distensiva: più o meno ci aspetta questo.

Perchè Sanremo è Sanremo™?

Ogni anno va in scena il teatrino di Sanremo, con il suo gettonatissimo Festival della Canzone Italiana. E ogni anno, inesorabilmente, si accende una piccola scintilla sommersa immediatamente da un polverone mediatico, tanto accuratamente fitto quanto fuori fuoco.

Sanremo è la summa di un’impostazione monopolistica e totalitarista della televisione -in questo caso- italiana. È l’emblema di come l’arte, specie quando proiettata forzatamente nel cervello, senza beneficio del dubbio, per quattro lunghe ore dopo una lunga giornata di lavoro, è già sempre politica.

Per questo motivo, è ingenuo pensare che non intervengano contestatori durante la serata – per quanto quelli di ieri fossero beceri spettatori che invocavano beatamente il paradosso del “Basta Politica!”, peraltro solo mentre entrava in scena un comico, e non già quando dal primo minuto a presentare c’era un ebete valvassore del culturame moderatamente sinistrorso; o meglio, è folle.

È folle il tentativo di creare una trasmissione televisiva nazionalpopolare per mandare in eurovisione un tenero segnale di (malintesa) ‘unità nazionale’, e per mandare in Italia un liquido e rassicurante memorandum di unità nel consumo; o meglio, è criminale.

É criminale cercare di appianare 60 milioni di coscienze, culture, ideologie, e farle passare tutte attraverso l’imbuto del conduttore più in voga del momento, con i cantanti più in voga del momento, e la cabarettista irriverente più irriverente del momento. O meglio, è fascista.

La televisione pubblica monopolista non può esistere se non oscurando, asfissiando, devastando tutto ciò che non riesce nè vuole rappresentare. Eppure questa televisione esiste, ed opera da 59 anni.

Perchè “La Rai sei tu”, ma è anche il degrado che ti sta intorno. Buon Sanremo a tutti.

I Paesi “non-allineati” come alternativa al mondialismo

“Grazie a Dio si può tornare indietro./Anzi, si deve tornare indietro./Anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce.”. Con queste parole Pier Paolo Pasolini parlava del mondo consumista, quando questo già lasciava intravedere – sebbene agli occhi di pochi – la sua potenza devastatrice. “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. (…)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo”.

Se sia realmente possibile “tornare indietro”, tornare ad una seria umanità, è difficile prevedere. C’è da dire però che noi occidentali non ci stiamo neanche provando. Anzi, ben radicati sul nostro binario morto del turbocapitalismo monopolista e neocoloniale, l’efficientissimo motore del consumo, tentiamo addirittura di fare ulteriori passi avanti nella discesa verso il raggiungimento della bestia. E sarebbe in effetti impensabile assistere ad una seria e profonda ammissione di colpa, da parte di una cultura così egocentrica come quella europea, che preferirebbe – anzi preferisce – il suicidio piuttosto che il pentimento. Eppure, in altre parti del mondo, c’è qualcuno che sta almeno esplorando nuove vie: si tratta ad esempio dei paesi del Sud America, che “grazie” alle loro vicissitudini storiche comuni – prima delle quali lo spudorato asservimento fino a tempi recenti agli Stati Uniti d’America – iniziano a deviare la rotta rispetto all’orbita liberista occidentale. Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Argentina, Nicaragua, Brasile: ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua storia di emancipazione dal colonialismo, ognuno con le sue difficoltà interne. Però tutti con l’obiettivo primario di ritagliarsi un “ruolo” – che nella geopolitica è sinonimo di “indipendenza” – sul palcoscenico mondiale, attraverso una solidarietà reciproca che passa per le varie realtà “non-allineate” del nuovo millennio: Cina, Sud Africa, Siria, Russia, Iran, India.

“Brics”, vengono definiti; “mattoncini” per tentare di costruire poli alternativi a quello statunitense; sinergia di economie per abbattere il monopolio di quelli che un tempo furono i “garanti del libero mercato”. Perché uno degli effetti boomerang dell’istituzione del villaggio globale, è che ogni giorno ci viene sbattuto in faccia il costo effettivo del nostro monopolio di libertà. Milioni di nuovi schiavi migrano cercando di sfuggire al loro destino di “produttori low cost”, abbandonano le loro terre e vengono ad infoltire le fila dei nostri lavoratori precari: un prezzo sufficientemente disumano per ritenere questo sistema globalmente insostenibile. L’Occidente, culla della democrazia, fonte del Diritto e della Libertà, si sta confermando anche imbattuto leader di ipocrisia. D’altronde stiamo parlando di persone che predicano pace porgendo l’altra bomba, auspicano la democrazia imponendo governi fantoccio, offrono laicità in cambio di fanatismo del Feticcio. Moralismo, bieco nei confronti dell’altro e cieco nei confronti di sé stesso: a questo, e pochissimo altro, si sta autoriducendo l’universo occidentale.

Adesso, pensare che l’altro “schieramento” sia mosso da una omogenea e fondante volontà di ripristinare i veri valori dell’uomo, sarebbe ingenuo e superficiale. È però probabile che questo possa essere il risultato di una effettiva redistribuzione delle forze in gioco, accompagnata da una vera pluralità di soggetti geopolitici. Quello che invece sicuramente abbrutisce, e lo si constatata ogni giorno, è l’appiattimento di ogni differenza; l’omologazione, catalogazione e standardizzazione di ogni personalità in quanto potenziale oggetto di scambio nell’unico mercato esistente; la reductio ad mercem del mondo intero.  Per contrastare tutto ciò è necessaria una rivoluzione profonda, culturale: difficile. Eppure da qualche parte bisogna iniziare. Se dunque, per ora, la presenza di un banco è necessaria, finché questo deterrà anche il monopolio delle giocate nessun giocatore potrà mai prendere l’iniziativa, e questo è il “male assoluto”.  Scardinare il monopolio del banco diventa allora una questione di priorità.

Meta-berlusconiana-stasi

Berlusconi fa schifo: sesso, droga, Apicella, blablabla. E questo ce lo dicono tutti, Berlusconi compreso.

Ma fino a che profondità il ‘berlusconismo’ è penetrato nel nostro tessuto mentale? Chi può dirsi salvo?

In questa breve trattazione, chiameremo Berlusconismo Silviano (BSi) il fenomeno più “sputtanato” (si perdoni l’allusione): gli scandali sessuali, i collaboratori mafiosi, le corruzioni. Il Berlusconismo Subdolo (BSu) sarà invece quello più profondo: in buona sostanza, l’intreccio dei poteri mediatico economico e politico, insieme a tutto ciò che da questa unione è scaturito.

Un’altra scomponibilità dell’era Berlusconi riguarda i piani attoriali: da un lato c’è l’aspetto attivo, ovvero B. stesso, la sua persona e tutto il suo impero; dall’altro quello passivo, il contesto internazionale e italiano, dove mentre  il primo vedeva il blocco sovietico sgretolarsi davanti al colosso nordamericano, il secondo ammucchiava ciò che rimaneva dei vari apparati ideologici (già in profonda crisi), li gettava in un’unica brace transideologica e li dava in pasto alle fiamme del processo Mani Pulite.

Quello che è avvenuto durante l’era B., e quindi non solo per B. ma per tutto ciò che ci circondava e ci attraversava, è stato un generalizzato crollo delle vecchie ideologie, accompagnato (e accelerato dalla propaganda berlusconiana) da un’iniezione di sfiducia verso l’ideologia in sè. Ma come si fa ad avere sfiducia dell’ideologia? Si può prescindere dall’ideologia? In fondo, che cos’è l’ideologia?
Sono i nostri occhiali spaziotemporali, il filtro che abbiamo davanti alla corteccia cerebrale e attraverso cui percepiamo tutto il mondo. Illudendoci di poter togliere il filtro, e di accedere così alla ‘vera sensibilità’ delle cose, cediamo inconsciamente al monopolio culturale di chi ha creato negli anni filtri sempre più sottili (leggi subdoli) attraverso la tv, i cartelloni pubblicitari, internet, e tutto ciò che compone la categoria “media”.

L’apparente e sponsorizzatissima negazione di questo filtro, in realtà imprescindibile e im-mediato, è ciò che di più grave è successo negli ultimi venti anni. E se è vero che oggi non tutti vedono Uomini e Donne, o in molti vantano (quasi fosse un merito) un certo astio verso il Tg4, è molto meno vero che siamo sopravvissuti alla crisi ideologica.

Un esempio palpabile della contaminazione anche tra le file degli àristoi antiberlusconiani è che la maggior parte di essi, in questi giorni di paventato ‘ritorno in campo’, è prontamente tornata a urlare varie e variegate frasi, tutte perfettamente sintetizzabili in “Siamo antiberlusconisti. Tutto è meglio di Berlusconi. Vogliamo Monti”.

Analizzando questa posizione, emergono molte problematicità:

1)“Siamo antiberlusconisti. Ci autoetichettiamo subito: siamo dalla parte della ragione; siamo quelli che almeno sotto qualche aspetto ce l’hanno fatta (in questo caso si suppone sia quello culturale).
Abbiamo realizzato l’italian dream, ovvero un american dream ridimensionato sui confini di un liquido apprezzamento via social network di qualche facile status ironico “su quel vecchio puttaniere”.
Il nostro antiberlusconismo è così prioritario che andremo anche a Mediaset o sui libri Mondadori a sbandierarlo.”

2)”Tutto è meglio di Berlusconi. Non vogliamo neanche parlarne, la politica si fa con gli slogan, anche perchè per argomentare sono richiesti tempo e conoscenza, lussi che in questa postmodernità non vogliamo nè possiamo permetterci.”

3)”Vogliamo Monti. I sacrifici sono necessari, la crisi è mondiale, la luce è in fondo al tunnel. Rinunciamo pienamente alla nostra sovranità, sul nostro paese ma innanzitutto sulla nostra persona e i suoi strumenti cognitivi. Rinunciamo alla ricerca della verità, abbracciamo parole altrui e le cavalchiamo ferocemente senza mai chiederci nulla sulla fondatezza di questi millantati problemi e sullo schema ideologico con cui si cerca di risolverli.”

Piccole epifanie di una grande tragedia sommersa: un popolino che per seguire la moda dell’anti-BSi, si trova a camminare precisamente nel percorso preparatogli dal BSu.
E Berlusconi questo lo sa: c’è addirittura l’ipotesi che la minaccia del suo ritorno dovesse servire solo come spauracchio per quelli che ipotizzavano un futuro prossimo diverso da un ‘perseverare tecnico’.

Certo, probabilmente questa è solo una fantasia complottista, ma resta il fatto che se riconosciamo che il vero trauma che B. ha inflitto all’Italia riguarda il BSu, allora questoantiberlusconismo montista fa ridere.
Se c’è qualcuno che ha criticato il conflitto di interessi di B. e non si accorge di quello di Monti, allora è un subumano. Se c’è qualcuno che valuta il proprio governo in base a criteri di sobrietà o presentabilità, allora è un demente. Se c’è qualcuno che crede che non bisogna esprimere il voto popolare per non spaventare i mercati, allora è un analfabeta.

Qualsiasi posizione ragionata non può prescindere dall’assunto che l’unico antiberlusconismocosciente è quello che rifiuta non il Berlusconi delle puttane, ma il Berlusconi del ‘nulla’, il BSu, e con lui tutto l’esercito del ‘nulla’, che va da Renzi a Monti ad Alfano passando per tutto l’arco parlamentare.

Non è facile ricominciare da ‘qualcosa’, ma prima o poi lo si dovrà fare.
Nel frattempo, nessuno dovrebbe dirsi contento di parteggiare per una sfumatura di ‘nulla’ più rosea, perchè la sostanza è la stessa che ha generato la crisi a tutti i livelli, e la sfumatura, semplicemente, non è.

Sulla geopolitica come scienza

L’insostenibile leggerezza dell’essere intellettuali ‘moderati’. Per un uso serio della scienza geopolitica

 

Dopo decenni di silenzio, è recentemente tornato di moda presso il ceto – più o meno – intellettuale riempirsi la bocca della ‘geopolitica’. Come ogni fenomeno di moda, però, viene spesso e volentieri tradita nella sua sostanza scientifica, e viene usata come mero ornamento, accessorio altisonante, che copre l’oratore di un certo fascino senza implicare particolari conseguenze né richiedere condizioni di utilizzo.

È la geopolitica da bar sport, “vera, per carità, ma fino a un certo punto”. Ove il certo punto è rappresentato da quelle altre categorie, del pensiero e molto spesso del ‘cuore’, ai quali in pochi si sentono ancora di rinunciare. Un po’ come la superstizione: tutti sanno che la sfiga non esiste, eppure pochi rinunciano ad una grattatina apotropaica quando si verificano eventi nefasti. Mutatis mutandis, il meccanismo psicologico che scatta contro la validità radicale – per definizione di scienza – delle analisi geopolitiche, a vantaggio di credenze fedeli o generici sentimenti, è esattamente uguale. Perché quello che gli intellettuali “superstiziosi” dimenticano, è che avere a che fare con una scienza significa abbracciarne tutta la portata: la geopolitica, come la biologia e la matematica, funziona univocamente. Come la scienza, è in continua evoluzione, ma i modelli esistenti verranno solo integrati e implementati, mai reinventati ex-novo. Come la scienza, non richiede né permette atti di fede sulla sua sequenzialità: parla a tutti, nessuno escluso; chi non ascolta, è ignorante.

D’altro canto, in quanto scienza non dà giudizi di valore, ma solo di forma. È come una macchina: per quanto potente e veloce, siamo noi a decidere punto di partenza e punto di arrivo. E ogni scienza è una macchina priva di contenuto morale. La biologia, ad esempio, ci fornisce determinate leggi che regolano la riproduzione delle cellule cancerose, ma sta al medico (attraverso la biologia) scegliere se guarire l’organismo o lasciare che venga invaso dal tumore. Questa scelta, prettamente ‘etica’, potrebbe sembrare banale, ma nella metafora geopolitica non lo è affatto. Quello che invece deve essere chiaro, fino a diventare ‘banale’, è che il medico deveessere consapevole e responsabile delle conseguenze, le quali, in virtù delle leggi che la scienza gli ha fornito, saranno unicamente funzione della sua scelta. Riportando la questione ai nostri giorni, l’unico aspetto geopolitico su cui si può seriamente discutere, evidentemente non riguarda la geopolitica in sè, ma la politica e l’ideologia, perchè mira alle premesse: Cosa è bene e cosa è male? Cosa è vita e cosa è morte?

Se siamo d’accordo sulle premesse, allora dovremo naturalmente essere d’accordo anche sulle azioni da intraprendere, perchè quelle le stabilisce la macchina geopolitica. Se concordiamo tutti sul fatto che il neocolonialismo, il consumismo sfrenato, l’Impero occidentale, siano facce di un sistema basato sullo sfruttamento, sull’ingiustizia, sull’imbarbarimento culturale, sull’appiattimento conformista verso il basso, allora la soluzione è il multipolarismo. E questa non è un’opinione, è la scienza a stabilirlo. Se pensiamo che questa situazione economico-politica sia globalmente insostenibile, perchè per ogni casa costruita in una parte del mondo dieci ne deve distruggere dall’altra, per ogni diritto umano elargito in diretta tv dieci ne deve schiacciare dietro le quinte del terzo mondo, per garantire ad uno la libertà di essere obeso costringe dieci alla fame nera; se condividiamo queste premesse, allora ogni secondo che indugiamo in questo soffice stallo ci rende criminali, e l’unica redenzione è nel perseguimento di reali obiettivi per uscirne. Se consideriamo l’imperialismo nordamericano, oggi, come il più grave e il più profondo dei mali, allora la geopolitica ci indicherà la via.

Viceversa, se partiamo da premesse diverse, si abbia il coraggio di ammetterlo. È legittimo, purchè sia manifesto e coerente. Perchè quello che proprio non può essere permesso, cari intellettuali “superstiziosi”, è il cerchiobottismo con cui condividete sbrigativamente l’analisi iniziale, ma non ve la sentite di seguire fino in fondo le conseguenze, in nome della Sacra Moderatezza e del profano – e inconscio, nel migliore dei casi – gongolarsi sopra il filo del vostro limbo beato. Ma tutto ciò, con ogni comprensione del caso, non può più essere permesso all’interno di un discorso onesto e serio. Piuttosto, sarete guardati col sorriso sarcastico e un po’ compassionevole di chi vede una signora, magari un po’ anziana, che passando sotto una scala si affretta a toccare un salvifico pezzo di ferro.

Carne da cannone: e il cannone non è neanche il vostro.

Satira e occidente: brevissima fenomenologia relazionale

Nel tempo in cui sono caduti tutti i tabù morali, il controllo delle coscienze ha subito un ‘regresso’ nella sua strada verso la raffinatezza, se non tecnico almeno estetico. Ove un tempo la coercizione avveniva nella coscienza umana, che veniva a conoscenza di “tutto” ma veniva guidata per mano nel momento dell’elaborazione, oggi il ‘sistema’ tende ad agire prima della coscienza: semplicemente, filtra alla fonte la realtà sensibile da mostrare.

D’altronde troppe rivoluzioni culturali sono avvenute, troppe sgargianti autorità sono state scacciate (e tacitamente rimpiazzate); se certe cose si venissero a sapere, se il bombardamento mediatico non fosse così fitto, le ‘coscienze liberate’ dell’occidente avrebbero un immediato e narcisistico sussulto, chiederebbero immediatamente giustizia, e non tanto per ottenere giustizia, quanto per non poter sopportare quella vista orrenda. Insomma, probabilmente sazierebbero la loro igiene coscienziale con un breve urletto, esaurito il quale tornerebbero al loro silenzioso posto, ma comunque avrebbero un – seppur minuscolo – momento di distrazione dalle Attività lineari. E ciò non va bene. Ed è per questo che le uniche catene interiori rimaste, cioè quelle – “sottilissime” quanto robustissime – del consumismo, sono state affiancate dalla grossolana macchina mediatica. Quello che non si può imporre di pensare, non deve neanche essere saputo; tutto ciò che si può sapere, deve potersi pensare solo in un determinato modo; (im)posto un determinato fatto, anche la coscienza più libera non può che arrivare ad una e una sola conclusione.

Mentre, dunque, nel precedente ‘momento’ la satira aveva il compito di mettere sotto una luce diversa i dati di pubblico dominio, oggi forse deve innanzitutto accenderla sui dati che vengono interamente oscurati. Se prima doveva liberare la coscienza, oggi deve liberare gli occhi e le orecchie.

La sfida della satira contemporanea è quindi duplice: da un lato colmare la ‘falla informativa’ causata dall’ignobile categoria dei giornalisti (si perdoni la generalizzazione), sempre più incapace di elevarsi sugli eventi, e sempre più intenta in un ridicolo, sterile, maniacale, gossippesco reportage di quel minuscolo spettro di realtà che le viene mostrato tramite biberon; dall’altro sostituire i vetusti satiri professionisti, (si riperdoni, v. sopra) parolacciai bestemmiatori che 40/50 anni fa rimasero stupiti dall’avanguardia di tanto turpiloquio, ma che si ostinano a non vedere (pena il dover correre all’ufficio di collocamento) che oggi qualsiasi dodicenne bestemmia e turpiloquia molto più di loro.

Se la satira libera, bisogna continuamente chiedersi da cosa si è trattenuti. Nel tempo in cui le bestemmie presidenziali vengono contestualizzate, ma le esportazioni di democrazia vanno cultualmente ossequiate, forse il guscio di schiavitù interiore ce lo stanno cominciando a costruire anche intorno.

La dittatura del nulla

Impazza, da qualche tempo, la mania della democrazia diretta. Tutti ne parlano, i nerds la likano, gli illetterati ne mugugnano, i politicanti ultracentocinquantenni si affrettano a cercare qualche nozione da far spiattellare su Twitter al giovane lavoratore in nero che gli gestisce l’account.

Ma siamo così sicuri che sia la sola e più importante cosa che ci manca? La democrazia diretta si oppone idealmente alla democrazia rappresentativa, nella quale il popolo si affida ad un ristrettonumero di persone teoricamente più qualificate per prendere decisioni collettive rispetto all’elettore medio. A rigore dunque, per scagliarsi contro questo sistema e pretendere un suo superamento, bisognerebbe aver superato i due limiti che lo rendevano necessario: il limite prettamente materiale – la quantità dei votanti – e il limite culturale – la maturità politica del popolo.

Il primo, secondo questa moda, sarebbe stato superato dall’avvento del web, lo strumento che ha addirittura rischiato di vincere il Nobel per la Pace (rubatogli poi da un altro strumento, dal design umanoide, chiamato ‘Barack Obama’). Mettendo da parte l’idiozia entusiasta delle persone che vorrebbero personificare un agglomerato di fili e dargli anche giudizi di valore (è bravo, è buono, vuole la pace) e prendendo in considerazione le sole potenzialità del web in quanto strumento, non si capisce comunque come questo possa realisticamente catalizzare tutto il dibattito democratico. 60 milioni di persone che parlano ogni giorno in un forum, dove ognuno dice la sua, generano un flusso medio di 694,44 opinioni al secondo, e forse il termine più adatto per descrivere questo flusso, più che ‘democrazia diretta’, potrebbe essere ‘caos’. Ove, a voler pensare male, sottomettere dall’esterno il caos è infinitamente più facile che sottomettere un organismo ordinato.

Il secondo problema, invece, ovvero la maturità politica dei cittadini, semplicemente non è più visto come un problema: semmai è una qualità. Non è questa la circostanza dove approfondire un tema così delicato, ma basti accennare – d’altronde è sotto gli occhi di tutti – che l’ideologia dominante è riuscita a porsi agli occhi dei consumatori non già come ideologia, ma come superamento di essa (violando eminentemente il buon vecchio ‘principio di non contraddizione’, che purtroppo su facebook non circola moltissimo). Tutto viene scollegato dal resto (di cui fa pur sempre, inesorabilmente, parte), si agisce senza sapere a cosa realmente si arriverà, “fare” e “saper fare” sono diventati nemici, perché chi fa è la ‘ggente’ mentre chi sa fare è la ‘kasta’. Perciò il primo che riesuma categorie del pensiero viene guardato con aria di sospetto, chi parla di cultura vuole sempre e solo rabbonire il popolo, chi cortesemente chiede informazioni sulla meta che si vuole raggiungere è un sabotatore provocatore.

Il paradosso è questo: dopo secoli di visione idilliaca della cultura, come mezzo per l’emancipazione dei sottomessi, si sta sviluppando un nuovo fenotipo di capo-popolo, il quale non ha più la forza di dire “istruiamoci per non essere raggirati dalla nostra stessa ignoranza”, ma urla “abbattiamo, con la violenza del numero di noi ignoranti, la cultura di quei singoli”. E certo che se è vero che l’universo tende al più basso livello di energia possibile, è più naturale che un comico dell’anti-politica ululi su un social network contro i parigrado politic-anti, piuttosto che inizi a studiare un libro per riprendere in mano le redini della società.

Sul diritto alla sicurezza – Favole per anziani #7

Ciao, sono un bambino.
Mio padre faceva il giornalista.
Mia madre la professoressa alle scuole medie.
Mio padre da piccolo era uno scout, poi ha lasciato.
Al lavoro si interessava di politica interna.
Legami istituzionali, accordi tra partiti, mazzette, brogli, scandali sessuali.
Mia madre a messa lasciava sempre 5 euro di offerta, sperando che andassero al parroco piuttosto che ai “poveri”.
Era una signora molto distinta.
Da piccola era andata a scuola dalle suore.
In spiaggia comprava spesso collanine e asciugamani dai marocchini. Però tirava sempre sul prezzo, a volte anche per ore, a volte anche per gioco.
Poi quando questi se ne andavano, parlando con le amiche sotto l’ombrellone, diceva “questi marocchini mi fanno paura, dovrebbero tornare al paese loro”.
Mio padre e mia madre erano amanti dell’ordine, di quest’ordine. Perché attraverso l’ordine riuscivano a sentirsi “sicuri”.

Mio padre e mia madre sono morti l’anno scorso, in un attentato.
Erano da Feltrinelli, stavano scegliendo un libro da regalare allo zio.
Poi un signore, alla cassa, è saltato in aria, e loro anche.
Nessuna rivendicazione, nessun filmino, nessun volantino, nessun youtube né al-jazeera.

Però il signore era iracheno.
Aveva un bambino e una bambina. 
Erano morti tutti e due, inseme alla mamma e ai nonni, durante un bombardamento nella guerra del 2003.
Il signore aveva provato a “ricominciare”, ma non c’era mai riuscito.
Il suo mondo interiore gli era stato asportato, quello esterno glielo avevano cambiato.

Io quando sarò grande non vorrò sentirmi “già sicuro”, perché la sicurezza non è un diritto.
La sicurezza è un diritto quando vige la giustizia.
E se la giustizia non è di questo mondo, è sciocco pretendere che vittime e carnefici vadano sottoposti entrambi alla stessa “giusta” legge.
Caro signore iracheno, nessuno tra i miei familiari ha bombardato la tua casa uccidendo i tuoi familiari, ma nessuno dei miei familiari ha mosso una foglia perché ciò non si verificasse.
Perciò io da grande non vorrò, non potrò sentirmi pienamente sicuro.
Io da grande spero solo di riuscire a rendere un po’ più giusto il mio sentirmi un po’ più sicuro.

Sul mondo e sulla Siria

Che la rivolta siriana sia ormai stata abbondantemente infiltrata, sia fisicamente in loco che istituzionalmente, è sotto gli occhi di tutti. Se quindi all’inizio si poteva sperare (forse già con un pizzico di ingenuità, o almeno con moltissimo ottimismo) che un’eventuale svolta democratica “violenta” potesse portare ad un improvviso reale ottenimento di maggiore libertà, oggi tutti gli elementi di cui disponiamo fanno pensare che la caduta di Assad senza preoccuparsi di cosa verrà dopo è purtroppo l’ennesima ipocrisia dei think-tank dell’occidente, che in realtà sanno bene chi realmente andrebbe ad occupare lo scranno del potere e di quali libertà omaggerebbe il popolo siriano.

C’è però un altro aspetto che viene oggi affrontato in maniera marginale, ed è quello della disinformazione. Tutti ci rendiamo più o meno conto che le notizie che provengono dalla Siria sono in questo momento inaffidabili, perché è una guerra fortemente mediatica e non c’è nessun ‘metodo scientifico’ per verificare le fonti di entrambe le parti in conflitto. Dunque più o meno tutti (fatta eccezione della moltitudine di persone che si informano solo sui telegiornali) ci salviamo da questa disinformazione prendendo le notizie ‘con le pinze’. È possibile però che questo sia solo un primo livello di disinformazione, e che questa misura non sia l’unica da adottare per scampare alla macchina mediatica occidentale. Perché oltre a questa disinformazione puntuale e localizzata, questa mancanza e/o montatura bipartisan di notizie, c’è la più generale distrazione mediatica di cui tutti stiamo dimostrando di essere vittime incoscienti. Tutti abbiamo gli occhi puntati sulla Siria, tutti ci facciamo prendere dall’impietosimento, tutti ci scandalizziamo, e mai come in questo caso “chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato.” (PPP)

Si badi, non si tratta di essere cinici e ignorare la fratellanza ecumenica tra i popoli, ma di essere lucidi e rendersi conto che questa tenerezza eteroimposta, generata previo contratto da videomaker campioni di slow motion e professionisti del make-up al soldo delle major televisive, serve solo a far dimenticare tutti gli altri fronti di guerra o sfruttamento, tenuti opportunamente lontani dalle videocamere HD, che l’imperialismo continuamente apre e tiene aperti.

Per una solidarietà profonda e seria, che non nasca da emergenze umanitarie convocate ad orologeria ma dalla genuina e costante volontà di contribuire all’affrancamento e all’autodeterminazione dei popoli, dovremmo sforzarci di formulare e puntare verso sistemi globalmente sostenibili, ove ormai è evidente che l’impero occidentale (di cui colpevolmente facciamo parte) non lo sia.

Dunque l’invito è a ricominciare a leggere ideologicamente la realtà che ci circonda, che non vuol dire affatto rimanere rigidi sulle proprie idee e far quadrare la propria visione anche a costo di distorcere i fatti, ma semplicemente uscire dalla trappola gnoseologica secondo cui esistono posizioni super partes, assolutamente obiettive. Non si ceda a chi vuole beceri e compassionevoli spettatori di telefilm di guerra, incapaci di riflettere sulla trama che intanto si perpetua indisturbata.

La Siria sta subendo un’aggressione esterna che nulla ha a che spartire con le iniziali autentiche agitazioni popolari contro la dittatura di Assad, e se questa aggressione avesse buon fine i risultati per le singole persone sarebbero catastrofici (si confrontino Libia, Afghanistan, Iraq, Serbia, solo per citarne alcuni). Ma soprattutto, un altro fondamentale tassello geopolitico del puzzle Nato sarebbe conquistato, e ciò comporterebbe un ulteriore rafforzamento del sistema neocolonialista che è il principale nemico di tutte le nazioni che ancora nutrono velleità autonomiste e non prevaricatrici.

L’internazional-buonismo a progetto è l’ultima umiliazione inflitta alla coscienza strangolata dalla crisi d’identità. Riaffrontiamo la possibilità di un internazionalismo a tempo indeterminato. Riprendiamo l’iniziativa.

Che cos’è anarchia, che cos’è antarchia.

– Dott. Nessuno, ci illustri la sua posizione riguardo al movimento politico definito ‘anarchia’.

Non ho nessun rispetto per coloro che si definiscono ‘anarchici’, o almeno nella misura in cui questi soggetti rivendichino qualche risvolto ‘pratico’ dell’anarchia nella società. L’anarchia può essere una sacrosanta e affascinante posizione poetica, o eventualmente filosofica, ma mai politica. Richiedere dignità politica da parte di un anarchico equivarrebbe all’affermare di non saper niente dell’uomo, non aver mai sfogliato un libro di storia.

– In che senso?

Il potere, l’ordine, sono principi connaturati col mondo in cui viviamo, col recinto logico-spazio-temporale in cui ci è dato esistere. Il potere esiste già nelle cose e dentro di noi, insieme con l’ordine, la gerarchia; e questi esistono ben prima che noi possiamo dubitare della loro esistenza, o fantasticare di un loro abbattimento. Dunque negare la natura o pretendere di modificarla è mera utopia.

– E non si può essere utopisti?

Lo si può essere, ma con il rischio di essere disonesti con sé stessi e col mondo, soprattutto quando si vuole accostare ad un’utopia virtuale (legittimissima) un qualche sbocco reale. “L’utopia serve a camminare” (Glauco Benedetti, “Boris”), ma non si può pretendere di arrivarci veramente. Ad esempio, prendiamo lo Stato. Marx, il filosofo, teorizzava l’abolizione dello Stato – preceduta da un breve periodo preparatorio di “ultrastato” – congiuntamente all’avvento di un oltre-uomo capace di governarsi pacificamente senza costrizioni esterne. Ciò che è sfuggito ai lettori russi è che per superare l’ultrastato ed arrivare all’oltrestato c’era prima bisogno di superare l’uomo stesso. Eppure nessuno ha avuto l’onestà filologica di suicidarsi per far spazio ai futuri esemplari.

– Come si può sfuggire a questo ammaliante tranello?

Noi ci siamo schierati con l’antarchia. Oltre Don Chisciotte, oltre gli utopisti, dichiariamo di aver perso prima di combattere, e poi combattiamo.

– Potrebbe smetterla di fare il tenebroso, e spiegarsi meglio?

L’antarchia, avendo studiato la logica, la psiche umana, la storia e la geografia, non contempla l’abbattimento del potere, ma semplicemente si schiera sul fronte opposto. Noi antarchici conduciamo una sanguinaria lotta di autologoramento. Se l’utopista è ingenuo e incosciente, l’antarchico è saggio e cosciente. La sua è guerra per la guerra.

– Dunque come si distingue un utopista da un antarchico?

Esteriormente da nulla. La differenza è all’interno, nel movente. L’utopia combatte con l’intenzione (illusoria) di ottenere qualcosa, di sconfiggere almeno una parte del nemico; l’antarchia postula la sua sconfitta a priori, eppure non rinuncia al suo conatus battagliero.

– Cosa consiglia agli anarchici e a tutti gli utopisti?

Di svegliarsi, di guardarsi intorno, e di scegliere: calarsi nel mondo a sporcarsi veramente le mani, contrattare, compromettersi, per avanzare di qualche passo verso il momentaneo traguardo; oppure salire qui sul monte, a guardare tutto, e morire per mancanza di ossigeno e sovrabbondanza di lacrime.

Untitled #5

Gli organismi più autosufficienti sono quelli morti.

La disinformazione ci ha dato un bel mestiere

Finchè cultura e informazione verranno sempre più allontanate e contrapposte. Finchè l’informazione sarà sempre più nozione, e la cultura sempre più pippa mentale. Finchè la coscienza sarà lavabile anche solo con la mera conoscenza di meri accadimenti. Finchè i fatti verranno freddamente elencati dai giornalieri mediatici, apparentemente senza nessun legame di causa-effetto. Finchè ci scandalizzeremo dei fatti e saremo talmente accecati dallo spettacolo da non riuscire a meditare. Finchè i suddetti giornalieri, e le loro basi teoriche, useranno come arma bianca l’utopico paradigma mentale di “obiettività d’informazione”, e l’uditorio non si ribellerà a questa paradossale messinscena.

Non sarà possibile dubitare delle fonti. Saremo sempre e solo recipienti, vuoti ma anche informi, pronti ad accettare qualsiasi dato. Menti amebiche continuamente riplasmabili. Non avremo nessuno criterio –né motivo- per sospettare, indagare e approfondire. Verremo schiacciati dalla macchina mediatica del potente di turno, perché non avremo nessuna base culturale attraverso cui filtrare e valutare le sue innumerevoli ‘informazioni’. Ci rilasseremo nella scusa del limite umano della conoscenza, dimenticandoci della nostra illimitata capacità di comprensione.

Informarsi non è già resistere.

Capire è sapere e pensare. E, forse, capire è già un po’ resistere.

Epifanie di una post-modernità

Vedi caro amico, si sta rimanifestando sotto i nostri occhi, adesso. La social-ità a volte si palesa più evidentemente del solito.

“Che bellezza, Patti Smith e Cristiano Godano insieme al festival di Sanremo. Sono fiero di essere italiano nonostante la crisi, adoro ascoltare gli anziani, mi lavo poco ma sorrido molto alla vita.”

“Gianni Morandi va a Sanremo solo perché gli piacciono i fiori su cui cacano i cani. Belen è una zoccola. Io guardo il festival solo per criticarlo, i miei interessi sono ben altri, guarda questa foto su hipstamatic, si chiama “Batuffolo, Rotondità”, #PeliconLana su #ombelico, 2012, inverno.”

“Siete dei coglioni, guardate il festival per fare i fichetti schizzinosi e non vi rendete conto che state perdendo tempo con queste stronzate mentre io invece che lo sto perdendo con quelli che lo perdono con le stronzate no perché me lo sgravano dalle tasse perché sono libero professionista e inoltre ho un ritorno in stima presso i miei colleghi sdupidi che si emozionano quando uno dice le parolacce.”

Caro amico, il problema non è il contenuto, che ovviamente è identico nei tre casi e comunque non dipende dalle formichine che lo decantano ma è imposto dal mondo circostante. Il problema è la forma. Nessuno si preoccupa di dire ai giovani che la serietà è un lusso che non ci possiamo più permettere, e non nel senso che è troppo onerosa, ma nel senso che è impossibile pensarla. Nessuno gli spiega che qualsiasi cosa si dica oggi con la faccia seria cade in contraddizione. Nessuno li educa all’unica espressione facciale onesta che ci è concessa, il sorrisetto  -meramente ebete o profondamente drammatico o demenziale che sia-. Sostengono ancora seriamente (seriamente?) le loro tesi, fanno a botte con la boccuccia imbronciata e la fronte corrugata. Credono ancora tutti nella credibilità assoluta, nella veridicità assoluta, e nella loro presenza tra di noi, qui, nel 2012. Ma dove vive la gente, caro amico?

L’innaturale processo di polipartizione – Favole per anziani #6

Era così facile fare il tema della mano destra. Chiave di violino, pochi calcoli, poche biforcazioni degli occhi. Aveva anche una sua bellezza, forse un po’ puerile, quella musichetta semplice. Molta soddisfazione con poco sforzo. Anche davanti agli amici, che non si intendevano affatto di musica, bastava far sentire quello per sembrare un gran pianista.

E invece no. Sapeva che una mano sola non bastava, che il motivetto principale non era lo spartito intero. Lo spartito intero esigeva almeno due mani, se non quattro, se non otto. E suonarlo esigeva uno sforzo mostruoso, sovrumano. Avere occhi per ogni pentagramma, e analizzare gli impulsi visivi di ogni pentagramma con parti differenti del cervello, ognuna impostata su una chiave. E sovrapporre tutto, senza mischiare, e gestire i nervi motori di due mani e due piedi ognuno impegnato in un movimento diverso dagli altri. E poi una memoria incredibile, pagine e pagine da imparare, ma anche la capacità di rielaborare ad ogni esecuzione tutte quelle note, e reinterpretarle a seconda dello stato d’animo, dell’atmosfera, del pubblico, di tutto.

Eh sì, per raccontare il suo spartito servivano moltissime cose. Poteva anche avere la mano destra più agile del mondo, ma quella da sola non sarebbe servita a nulla, sarebbe stato solo un tecnico. Magari con quella e un testone riccioluto poteva andare a fare il buffone in qualche show televisivo di avanspettacolo, ma la cosa non lo interessava granché, e poi i capelli li aveva lasciati quasi tutti sotto lo sgabello.

Ebbene, ora aveva perso tempo e capelli, però almeno li aveva persi bene perché riusciva ad eseguire il suo spartito. Ma in realtà era ancora poco, la cosa non lo soddisfaceva appieno, e sorrideva di un riso amaro, consapevole. “Perché un singolo spartito è ancora un pezzettino in un’orchestra sterminata, fiati, archi, percussioni, solisti, tutti intenti a descrivere le varie sfaccettature dell’intera sinfonia. E seguire tutti questi elementi, raccordarli e unirli in un unico grande movimento è impresa ardua. Saper leggere mille informazioni insieme, e riuscirle a recepire e ritrasmettere ognuna secondo un certo punto di vista, è cosa da pochi. Ri-ottenere l’unica verità, ri-produrre la bellezza,
ri-comporre un’opera d’arte, è una cosa da maestri. E di maestri ormai ne nascono pochi e ne sopravvivono pochissimi, e di quelli che muoiono si conservano solo le bacchette. Le quali però, senza maestria, diventano bastoni.”

 

Non deconcentratevi su una sola cosa, “una cosa per volta”. Concentratevi attentamente sul tutto, tutto insieme. Dilaniatevi contenti.

Il crepuscolo della trascendenza

Dovrò rassegnarmi, prima o poi. Non mi sarà concesso un quadro unitario della mia epoca, così come è assai probabile che nomi e atti di questi anni figureranno sui libri scolastici venturi come ancora immersi in atmosfere rarefatte quanto quelle attuali. In questa età di palpabile incoscienza, io mi trovo a richiedere con forza ciò che mi è più distante per fisionomia e odore: dei fatti. è una sensazione detestabile poter intuire la soglia di informazione che la Rete stessa, proprio nel suo porsi illimitata, mi ha disvelato. Non possiedo la totalità degli elementi esplicativi di un paesaggio che nella sua assoluta mondanità trascende la mia finita immaginazione.

La crisi dell’Europa è prima una crisi dell’autorità, e poi una crisi economica; è, nel suo più remoto significato, una crisi della trascendenza. Non posso nascondere la meraviglia che provo nel constatare giornalmente la perizia con cui descriviamo i nostri errori, la minuzia con cui analizziamo i nostri fallimenti finanziari. Mi è difficile sopportare la compassione che provo per la cecità di un popolo che non sa domandare la causa del suo impoverimento totale. E d’altra parte, mi rimprovero con la stessa severità quanto sia stupido solo pensare che una condizione così terminale possa generare domande di una tale vitalità. La causa, ciò che la descrizione dell’effetto non può in alcun modo illuminare; torno così al mio desiderio di informazione, e ritrovo che la mia stessa tensione giace alle pendici di ciò a cui dovrei anelare. Pendici lontanissime dalla cima della retta comprensione degli eventi. E mi è così difficile spogliarmi della vocazione persecutoria e sensazionale a cui l’odierna informazione si è consegnata; forse anche io, come quegli intellettuali declassatisi a giudici o affini, mi accontento di responsabilità carnali, quanto più precise possibile. Eppure, so perfettamente che ciò a cui tendo non è che la più bieca declinazione che la causa possa avere: il suo darsi come materiale ed efficiente.

Il mondo occidentale ha perduto ogni riferimento alla trascendenza dell’autorità e del Potere. è stato in grado di svuotare gradualmente le proprie istituzioni, di delegittimare con le sue stesse mani le ideologie e le forze politiche radicate nei suoi territori. Le ideologie, queste entità di natura diversissima dalla verità eppur così carezzevoli delle istanze degli uomini, delle loro ansie, dei loro diritti. Le forze politiche, coniugate alle prime, capaci di assumersi l’impegno di una risposta progettuale e quanto più possibile onnicomprensiva. L’odierna rappresentanza intellettuale ed accademica ha devastato la legittimità della dimensione religiosa, universalizzando la massima illuministica nella veste del più arido dei razionalismi. Le moltitudini hanno semplicemente perduto ogni riferimento all’esistenza di un mondo ordinato, ritrovandosi così a calcolare ogni proprio attimo, alla stregua di un animale atterrito. Le opposizioni ufficiali, le stesse che anelano all’altermondo finale, esigono la redistribuzione del denaro, del reddito, del denaro, del reddito, e così via. La sola cantilena brutale che sono in grado di ripetere intima di riprendersi tutto ciò che è loro stato tolto. Tolto da altri animali, più furbi e più scaltri. Così all’avidità si replica con l’elemosina gridata, con la rabbia della riappropriazione delle cose, del subitaneo “qui” ed “ora” – quando non si è più in grado di capire che ciò che abbiamo dimesso, tutti, è proprio il carattere finale delle nostra vita collettiva, delle nostre stesse istituzioni.

La crisi dell’Europa è una crisi culturale, e poi una crisi economica. L’azione rivoluzionaria che ha predominato gli ultimi decenni si è imperniata su filosofie e pseudosociologie tanto complesse quanto miopi, incapaci di distinguere l’umanità in tutti i suoi appetiti dalle libere finzioni della fantasia. Non esiste alcun Potere dei consumi; non esiste alcun Potere dei media. Non esiste alcun controllo delle coscienze; non esiste dominio dell’ignoranza. Non esiste nella misura in cui gli si attribuisce la funzione costitutiva dell’attuale essere dell’uomo. Questo dominio è virtuale, chimerico, immaginario. Il Potere, l’Autorità, l’ordinamento e la conduzione delle coscienze rappresentano poli esattamente contrari all’attuale stato brado in cui versa il mondo civilizzato. Ciò che è stato disegnato come il dominio non è che la più invisibile forma di Anarchia che sia mai esistita. L’inversione logica si è palesata come visione autentica: la biopolitica, il biopotere, sono tuttora i termini guida di una crisi culturale che trova le sue radici nella misconoscenza dell’umanità dell’uomo, della sua debolezza e finitudine, e del suo essersi lasciato a sé. Che qualcosa si impadronisca della vita, ne regoli i più bassi desideri, non esprime che l’idea ribaltata di una molteplicità di desideri finalmente attuali, di uno sviluppo naturale della tendenza dell’individuo a perseguire il suo piacere più istantaneo. Banalità antichissime, oggi dimenticate. Con la scomparsa dell’Autorità, il Potere scompare nelle singole brame animali di noi tutti – le stesse che si traducono nell’attuale società dei consumi, della speculazione finanziaria, dello spettacolo sfrenato.

Dietro le luci del più complicato assetto economico e commerciale della sua storia, l’uomo riposa in realtà nella sua più immediata forma di esistenza. Lavora per mangiare, mangia per spendere, spende per godere, gode per lavorare. Atti umani, e tuttavia cadenzati dalla più ferina delle disposizioni, quella che tende all’utile senza esserne cosciente. Atti per nulla illuminati da un principio di guida, scevri anche di quella forma più arcaica di ethos famigliare e sociale. Ciò che nelle menti dei teorici si dà come fine pragmatismo, nelle coscienze delle moltitudini non è in alcun modo presente; l’utile che le governa è naturale, precede qualsiasi formulazione teorica, qualsiasi elevazione a massima o orientamento esistenziale. È paura, piacere, ancora paura, intricati l’uno nell’altro in un groviglio passionale che si dilegua nell’abisso dell’inconscio.

L’Occidente non è ateo, non ha mai proclamato il rifiuto di Dio; più mediocremente, non lo conosce più, così come non conosce più la Trascendenza e l’Autorità. Lasciatosi dietro di sé le aberrazioni della politica della potenza, della vuota autorità del totalitarismo, del superomismo frainteso, il ceto spirituale non vi ha sostituito la potenza della politica, la piena autorità delle istituzioni, la responsabilità civica e sociale. Ha confuso stupidamente tradizione e bigottismo, ha confinato le chiese nell’alveo della perdizione e della minorità. Ha privato la Cristianità, e il correlato apparato secolare, del suo ruolo conservativo, della sua legittimità di badare a quell’umanità incapace di conseguire una libertà piena ed autonoma.

In questi giorni, le forze progressiste italiane continuano ad offrire proclami formali, delegando involontariamente la difesa del lavoro agli stessi incolti separatisti a cui si oppongono. Gli unici rimasti a difendere le integrità economiche nazionali sono nostalgici fuori dalla storia e dalla ragione democratica. I soli che nominano la Patria la rivestono di violenza e discriminazione. Coloro che difendono la famiglia sono i primi artefici del suo processo degenerativo. Dio è solo una pausa tra l’adempimento del proprio esercizio anarchico e sensuale.

L’Europa risponde alla sua decadenza concedendo attenzione all’unico lato che è in grado di osservare, quello economico. Affida così la sua sanità ad animali non furbi e rapaci, ma intelligenti – e tuttavia, pur sempre animali. Gli stessi che per definizione leniranno la ferita, ma che non saranno nemmeno in grado di penetrarne la causa. Gli stessi che ci suggeriscono, senza saperlo affatto, che il fallimento riguarda prima di tutto proprio chi la causa la poteva da sempre cogliere, ma non ha fatto nulla per impedirne il compimento.

                                                       Smarks

Sproloquio dei docenti

Signora, suo figlio era troppo “intelligente” per impegnarsi. Ci ha scoperti. Ha sciolto il cappio che lo legava a questo sovramondo. Signora, suo figlio è andato a vedere il mondo. Non c’è da preoccuparsi, né da sperare. Al massimo può avere fede, fiducia mai. Tutto è perduto. Non tornerà mai più come prima, è una bestia. Ha smesso di ideare rivoluzioni di classe, postulando classi di uomini legati da spirito e intelletto. L’animale di suo figlio se n’è andato col suo branco interiore. Suo figlio basta a sé stesso, si nutre di sé stesso, si sfoga con sé stesso, riposa in sé stesso. Suo figlio ha cessato di essere l’ometto autodeficiente, ovvero mancante a sé stesso, che si fa sottrarre a sé stesso. Suo figlio ha fatto basta. Senza dirlo, perché dirlo è da impuri. Suo figlio ha smesso di parlare, ha interrotto la comunicazione. Le scrivo queste righe e provo profonda invidia verso suo figlio. Scrivo maledicendo questo linguaggio, questa convenzione di segni e suoni che ci annoda l’un l’altro. Se potessi farlo, dimenticherei tutto. Mi strapperei la memoria dal cervello. Farei riemergere l’impulso, l’istinto, l’olfatto, il tatto.
Ora sono stanco, me ne vado.
In fede. G.B.

Gennariello .zero

Tieni, questo è il mio diario segreto.

Perché mi stai autorizzando a leggere il tuo diario segreto?

Questi saranno affari tuoi, scusa.

Non capisco.

Per condividere con te le mie gioie, le mie sofferenze. La segretezza e la silenziosità del diario non mi aiutavano più.

Ma quindi in realtà non hai più un diario segreto! Né un amico intimo, immagino…

No. E non perché non abbia dei foglietti rilegati e chiusi da un lucchetto, o una persona in 3D con cui parlare. Io non ho più intimo, non ho più segreto. Ti ho fatto vedere la foto di mia zia quando era morta? Dici che stava male da quell’angolazione? Forse avrei dovuto mettere più contrasto sulla reflex, troppo pallore…

Ah, ti ricordi quella foto che avevo in camera con nonno Paolo e nonno Piero? L’ho messa come avatar. Stiamo bene, no?

Sì, Gennariello, ma tu dove sei? Vedo gli altri due, ma non vedo te.

Come no, io sono il .0

LOL – De Ridentiorum Risus

lol.pdf

P/potere

Oggi i prigionieri politici non esistono più. Si odono però gli echi di qualche disgraziato che pianse il suo mitra, la sua rivoluzione, la sua troppo ansiosa voglia di operare il bene, e di realizzare in terra anche solo un po’ di ciò che riteneva fosse beatitudine.

Non esistono più coloro che nel loro leggere medievale estraevano, faziosi, la dinamite da dispensare contro ciò che oggi appare ancora esistente. Oggi i visi giovani non gridano più all’amore sociale e collettivo, alla riscossa della fabbrica, alla libidine della liberazione dal lavoro; eppure, nel loro manifestarsi, ancora si figurano i medesimi interlocutori dei loro padri, medesimi non nell’età, ma nello stile e nel colore. Persino i più fedeli e fidati stringono accordi con ciò che a dir loro aleggia e protegge; gli stessi che con segreto sorriso beffeggiano le mitomanie, con segreta preghiera ne pregano la conservazione. I più fantasiosi invece abitano piccole sedie difronte piccoli monitors, immersi nell’elaborare come postmoderni Esiodi miti e novelle teogonie di una governance sempre più spaziale. Sono gli stessi che ad un primissimo giudicare figurano ragionieri dai modi terragnoli, e che tuttavia condividono quella primitiva predisposizione a personificare, a dotare di ratio, arti ed artigli ciò che qualche riga prima era solo carta moneta circolante; niente più di metallo ben inciso, o, nella sua forma più attuale, di invisibile transazione.

Oggi vive ancora l’idea del Potere. Nei saggi, negli editoriali, nei sudori di chi lavora, nelle urla di una madre che ha meditato il suo parto, e quindi ha meditato l’amore, nella paura del bimbo a cui viene raccontata la prima giungla là fuori, nel percepire gli ammiccamenti pubblicitari come sordidi e manovrati, nei più paranoici dipartimenti universitari, e così via. Via quante sono le proiezioni, tanto più colpevoli quanto più intellettuali.

Esiste ancora il Potere, e come da sempre, continua a non essere reale. Proprio ciò che viene considerata madre di tutte le finzioni, non approda allo statuto di fittizio. La più grande chimera, matrigna di tutte le derivate, soffia infatti su molta letteratura, respira negli incubi dei poeti, detta il passo agli odierni rivoluzionari cadenzandone miopia e disciplina. E si mostra ancora come ciò che tutto vede, tutto puòte, tutto mangiucchia nel buio del silenzio, tanto più cupo quanto, forse, più suggestivo.

Ed è così che ancora una volta il pensiero stesso, producendo i suoi demoni, disorienta e disamora l’agire. Lo stesso individuare una colpa sovrana ci preserva dall’attuare ciò che sarebbe doveroso attuare. Come il visionario che per timore che l’aria sia malsana sbarra le finestre e rende così malsana quella della sua stanza, così l’idea del Potere nel suo inculcarsi crea servigia. Invece di tesserne di reali, si prosegue nell’elaborare responsabilità finzionali, nel dare al potere ghigno e portamento specifici, e nell’attribuire ad esso l’anfora di ogni sortilegio. Vi sono infinite ragioni di elaborare un Dio; non ve n’è una di elaborare il Potere. Ed è una favola che giova a chi del Potere indossa solo il simulacreo costume, quelle vesti a cui i nostri occhi superstiziosi danno una certa qual importanza.

Si persegue tuttora l’idea di un vano che separa il Potere dagli uomini, che distingue il presidio dal presidiato, colui che decide da colui che è condotto. Ci osserviamo nelle braccia di un cavernale padrone di cui non siamo neanche orfani; perché non abbiamo, e mai l’abbiamo avuto, un padrone. La schiavitù si mostra propriamente nell’arbitrio non cosciente di immaginare un dominio, non nel sottostarvi. Il capriccio culturale è stato pensare che la delega fosse cessione di responsabilità, e che il ceduto fosse perduto. L’ignoranza ha acquisito nuova forma: immaginare un ente che giorno per giorno ci trascende e con perizia sorvola le nostre vite.

Il potere è degli uomini tutti, ed a ognuno di loro è sempre appartenuto. Esso riposa nelle declinazioni dei bisogni, nelle brame singolari, e nella quotidianità di ogni bassezza; e di queste è risultato, non causa. Ogni nostro atto è stato un atto del potere; ogni nostra paura è stata una paura del potere; ogni nostra proiezione è proiezione di un potere che proietta Potere; ogni deficienza è stata una nostra deficienza.

La libertà politica inizia dove si dilegua, nel sonno come nella veglia, la finzione del Potere; l’azione politica si realizza dove non si delega la colpa e dove non si artefa il dominio; la paura della morte si fa umana quando si è capaci di sviluppare ogni possibilità della vita; si può operare il bene quando si è in grado di assumere il torto dell’inazione. Si dà cambiamento solo se si è capaci di essere nemici di sé.

Smarks

Silvio Parrello – La morte di Pasolini

Silvio Parrello, detto Er Pecetto, continua a dedicarsi alla ricerca della verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Avendolo conosciuto in giovinezza, fu testimone diretto delle intricate vicende che portarono alla tragica fine del poeta. Da allora, ha provato in vari modi a riportare l’attenzione su questo crimine irrisolto, ma i suoi appelli sono sempre stati frustrati dall’unica verità stabilita, ovvero la colpevolezza del solo Pino Pelosi.
Sebbene in queste righe si occupi solamente degli esecutori materiali dell’omicidio, lascia comunque capire come la regia di quella sera sia stata molto accurata.
Si ricordi che si tratta della personale verità di Silvio Parrello, e che la Verità, quella perfetta, è forse destinata a rimanere imprigionata nella più buia burocrazia.

Indagine sul delitto di Pier Paolo Pasolini

A distanza di oltre dieci anni dalla mia personale indagine sulla morte di P.P.P., emerge con chiarezza una verità completamente diversa da quella processuale. Iniziamo dall’incontro che Pasolini ebbe con Pelosi alla stazione Termini la sera del 1° novembre 1975. Non fu casuale, ma fu un appuntamento già fissato in precedenza, in quanto i due si frequentavano da alcuni mesi. Quella notte il ruolo di Pelosi era solo quello di accompagnare l’intellettuale ad Ostia per recuperare le bobine del film ‘Salò’, che i due fratelli Borsellino, amici di Pelosi, avevano rubato su commissione a fine di estorsione; fu a quel punto che scattò l’idea dell’omicidio. Quando Pelosi e Pasolini finirono di cenare al ‘Biondo Tevere’, montarono in macchina e si avviarono in direzione di Ostia. I due furono seguiti dai fratelli Borsellino in sella alla loro Vespa e da una moto Gilera 125 rubata guidata da Giuseppe M. Lungo il percorso si accodarono una Fiat 1500 con a bordo tre balordi, che successivamente massacrarono di botte il Poeta, ed un’Alfa Romeo simile a quella di Pasolini, con una sola persona, la stessa che investì e uccise lo scrittore schiacciandolo sotto le ruote. Alla fine della mattanza, quando i sicari fuggirono, sul luogo del delitto rimasero solo in due: Pino Pelosi e Giuseppe M., che presero la macchina del Poeta per scappare. Percorsi pochi metri Pelosi si sentì male, scese dalla macchina e vomitò, mentre il suo ‘caro’ amico proseguì la fuga, e, giunto sulla Tiburtina, abbandonò l’Alfa Romeo di Pasolini, e si dileguò. Pelosi, rimasto all’Idroscalo solo e appiedato, venne fermato ad Ostia a Piazza Gasparri dalle Forze dell’Ordine, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto.  Alle tre del mattino, due ore dopo l’omicidio, due poliziotti telefonarono a casa di Pasolini all’Eur, comunicando alla cugina Graziella Chiarcossi che la macchina di P.P.P. era stata trovata abbandonata sulla Tiburtina. Di questa telefonata la Chiarcossi ne parlò più volte con Sergio Citti, il quale, cinque mesi prima della sua morte, verbalizzò il fatto alla presenza dell’avvocato Guido Calvi. Durante il processo, l’automobile di Pasolini fu periziata dai periti Ronchi, Ronchetti e Merli, e si capì immediatamente che si trattava di una blanda e superficiale perizia; i tre non si recarono mai sul luogo del delitto. Al contrario, quella presentata da Faustino Durante, nominato dalla famiglia, è ben diversa, e appare con chiarezza che ci fu un’altra macchina ad uccidere l’intellettuale. All’indomani del delitto, quella stessa automobile fu portata da Antonio Pinna in riparazione presso una carrozzeria al Portuense. Il primo carrozziere, Marcello Sperati, viste le condizioni dell’auto, si rifiutò di eseguire il lavoro, mentre il secondo carrozziere, Luciano Ciancabilla, la riparò. Il 12 Febbraio 1976, nell’indagine sull’omicidio di P.P.P., il maresciallo dei carabinieri Renzo Sansone fa arrestare i due fratelli Borsellino. La notizia venne data alla stampa il 14 febbraio 1976, lo stesso giorno in cui scomparve Antonio Pinna, la cui auto fu trovata all’aeroporto di Fiumicino, e del quale non si seppe più nulla fino al venerdì di Pasqua del 2006. Quel giorno venne a trovarmi nel mio studio di pittore e poeta un sedicente figlio di Antonio Pinna, tale Massimo Boscato, di cui nessuno conosceva l’esistenza, neanche i parenti più stretti, nato da una relazione tra Pinna e una donna del Nord Italia. Il sedicente figlio era alla ricerca del padre, e, tramite un suo amico che prestava servizio alla DIGOS ed una ricerca condotta da lui stesso, risultava che Antonio Pinna era stato fermato a Roma nel 1979, alla guida di un’auto con la patente scaduta. Oltre a questo, il fascicolo che lo riguardava recava la dicitura TOP SECRET.
Questa è la mia verità, ma purtroppo non posso documentarla.

Silvio Parrello
Roma, 19 luglio 2011

Private Relazioni

Piacere, sono X, non ci siamo già visti da qualche parte qualche volta?
Sì, ne sono sicura anche io.
Stupendo. Hai da fare stasera?
No, sono single.

(sesso)

È stato troppo bello, lo rifacciamo fino ad annoiarci?

(sesso) (sesso) (sesso)

Ehi, ti devo parlare.
Tutto qui?
No, dai, scemo.
Non ti permettere, puttana.
Ok scusa. Comunque ti volevo dire che mi sa che mi sto affezionando… Posso chiamarti Centoquarantaquattro?
Va bene. Ma non ti sembra di correre un po’ troppo?
“La vita è una sola”, va ripetuta fino in fondo.
Quantevvero. E io allora posso chiamarti Sessantadue?
È un piacere. È stato un piacere.
Beh allora ciao eh.
Ciao, buone cose.
Ti amavo, eh.
Ah, sì, scusa. Anche io. La verità è che ti rendi conto di quanto ti serva una cosa solo quando non ce l’hai più.
Quella cosa.
(QUELLA COSA).

Ciao mamma, sto bene ma mi manca l’assoluto.

Autobiografia di un lavoratore intellettuale

Autobiografia di un lavoratore intellettuale dell’epoca post-postista.

Mario Rossi scrive in terza persona per dare un tocco di spensieratezza e irrealtà alla descrizione di sè, ahisè realmente esistente.

Mario Rossi, in “arte” “Mariossi”, nasce in un paesino dell’Emilia Romagna, o ultimamente anche di Puglia/Basilicata/Sardegna, e vive a Milano. Vive è una parola esagerata, diciamo “sopravvive”, aggiungendo subito che è troppo anche questo, quindi “soprasopravvive” e così via.
Per lavoro (mai usare questo termine se non nell’epiteto lavoroprecario) fa degli hobby banalmente stravaganti, ma mangia grazie alla moglie che stravede per lui a causa della formazione culturale imteriale (da non dire), grazie alla attardantesi paghetta dei genitori in quanto figlio unico o al massimo doppio (da non dire), e grazie ai soldi che talvolta gli versa il/la webzine, che parola di merda, per la quale scrive (da accennare superficialmente e finto-scontentamente).

Mariossi non ha figli, non sarebbe un buon padre. A volte non lo è neanche per sé stesso. (Non ha senso, ma dirlo).

Mariossi ama elencare le cose che ama, ma anche dire “ma anche”, e poi (“e poi”) il cornicione della pizza, l’odore delle nevicate primaverili, le buoneserietelevisiveamericane, (“Ah, le vecchie buone serie televisive americane di una settimana fa”) (tra l’altro immediatamente identificabili nell’immaginario comune imteriale, e immediatamente distinguibili dalle riprovevoli cattiveserietelevisiveamericane), spulciare il giornale da cima a fondo compresiglioroscopi compresiinecrologi, ammirare i gatti neri mentre gli attraversano la strada davanti tanto ormai […] (fare dell’ironia proseguendo a piacere la frase), cacare leggendo Topolino.

Se non si fosse capito dal fatto che è un intellettuale dell’epoca post-postista, Mariossi non può fare a meno dei gatti. Gli piacciono di tutti i colori, di tutte le razze e di tutte le religioni. (Mariossi intende chiarire a tutti di volersi lasciare alle spalle i luoghi comuni, per esempio anche quello sui cani che sono molto più affettuosi dei gatti che invece sono fredde sanguisughe opportuniste viscide) (anche quando questo fosse un fatto vero e comodamente verificabile da tutti).

(Varie ed eventuali).

 

Autobiografia di un lavoratore intellettuale onesto dell’epoca post-postista.

Mario Rossi vorrebbe scrivere un’autobiografia “banale”, vecchio stile, spinto dalla voglia di distinguersi dagli altri lavoratori intellettuali. Ma già la voglia interiore di distinguersi in questi ambiti effimeri lo fa ricadere in trappola. Lo fa ricadere nel tragico movimento circolare del suo tempo. Ah, il suo tempo. Ah, il terzo uomo. Mario Rossi non sarà mai un’opera d’arte. E’ per questo che si impegnerà nell’unico campo a lui, uomo del post-postismo imteriale, rimasto. Il metateatro.

Noi precisiamo

Noi giornalisti della carta stracciata, noi farisei a presa rapida, vorremmo precisare alcuni aspetti in merito alle guerre nord africane che potrebbero essere risultati poco chiari nelle nostre piccole interferenze tra le pubblicità di prima serata.

Noi precisiamo, ad esempio, di sapere che il motivo per cui libici/tunisini/altro fuggono dai loro paesi è unicamente la guerra. Noi ribadiamo che questi sono profughi di una guerra di democratizzazione e di liberazione da crudeli despoti.

Noi sappiamo che questi profughi stanno lasciando la loro ricchezza e prosperità perché recentemente hanno visto i propri diritti politici venire negati dai loro stati nazionali.

Noi ricordiamo che l’emigrazione da questi paesi è un fenomeno nuovissimo, risalente proprio all’inizio di queste guerre civili. Costoro non vengono per fame. Non sono mai venuti per fame, ma vengono adesso per la prima volta perché in patria sono ritenuti scomodi. La pagliuzza che gli ha infastidito la vita è stata il baciamano di Abberlusconi (cit.), in veste di presidente del consiglio, a Gheddafi, e non i miliardi di euro che il privato imprenditore Silvio Berlusconi e molti altri più di lui eventualmente investono in quei territori speculando dietro e sopra le ignare spalle economiche della popolazione indigena.

Noi ribadiamo che la soluzione per la felicità di queste persone è a un passo: basterebbe smettere i baciamano, condannare apertamente e televisivamente i regimi antidemocratici, aprire tutte le frontiere e spingere così tutta la popolazione africana a provare a venire nell’Europa felix, e la metà che non annega, tenerla amabilmente, illuminatamente, spensieratamente a vendere fazzoletti già pianti al semaforo.

Noi puntualizziamo che questa, come del resto tutte, è una battaglia ideologica, è la guerra tra il governo del bungabunga e il popolo lavoratore e lettore del Fatto Quotidiano, è il tragico conflitto tra le amazzoni del raìs e una nazione affamata che vorrebbe umilmente, anche-facendo-dei-sacrifici, avere accesso al diritto ad un profilo facebook da gestire dall’Ipad.

Noi sappiamo quindi che non si tratta di questioni economiche, tra pochi individui che, nella loro sfera privata, quando rincasano dalle pagliacciate pubbliche, decidono realmente come spartirsi il mondo e gli animaletti che si ostinano ad abitarlo. E anche quando lo dovessimo sapere, non lo diciamo, perché non è certo questo il movente interessante di questa storia, non è questo ciò che un onesto trafficatore, la sera a cena, non prima di aver ringraziato il signore per questo cibo che ci ha donato, vuole sforzarsi di comprendere.
Ed essendo questi, infine, la nostra fonte di sostentamento, il nostro motore primo, il nostro utilizzatore finale, continuiamo ad alimentarlo e farci alimentare, abbeverarlo e farci abbeverare, vicendevolmente.
Gli animaletti, purtroppo, vogliono essere imboccati.

 

 

Voi,

pastori di impressioni,
costruttori di incertezze,
allevatori di umori ventrali,
mieterete superficiali consensi

o superficiali dissensi,
e subito sprofonderete
silenziati
a concimare quei vostri campi.

untitled #4

– Un ulteriore tardivo, inutile, vile, comodamente seduto, contributo nel mare di parole, dopo (sempre dopo) i fatti (sempre fatti) accaduti. –

È inutile piangere sulle nike comprate.

Hai dato un grande segno ai superstiti, se ce ne fosse stato bisogno, di disperazione nel futuro. Sei morto solo, rappresentandoci l’anteprima di quell’intera striscia di mondo -a sua volta anteprima e remake di infinite altre-.

Ma non è vero che noi ti abbiamo abbandonato. Non ti avremmo mai negato un paio di nike cementate dove infilare i piedi. Sei tu che hai rifiutato, sei tu che te ne sei andato. Noi al massimo, da bravi educatori, ti abbiamo lasciato liberissimo di sbagliare, di urlare nel sottovuoto, di respirare nel sottovuoto.
E adesso muori, chiudi gli occhietti. Lasciaci pensare che alla fine sia tu a volerci imitare.

Hai combattuto la tua battaglia contro il mulino a vento. E abbiamo vinto e vinceremo noi, ma solo grazie al vento che siamo. Tu almeno hai combattuto personalmente, e questo, si sa, è tutto ciò che nella realtà è dato fare.

Vittò, la ragione, è dei morti.

http://official.fm/tracks/222084?size=small&skin=151

Ricetta Tory

  • Prendete una religione. Cogliete un popolo fresco fresco di violenze. Mischiate e strumentalizzate insieme.
  • Prendete un libro, possibilmente già mistificato. Rimistificate a lungo. Strumentalizzate con l’impasto precedente.
  • Scegliete una teglia in base alle esigenze del miscuglio ottenuto. Se nella teglia c’era già del cibo, mettetelo nella ciotola davanti alla striscia del cane, così i cattolici della comunità internazionale non potranno lamentare il fatto che il cibo non si butta.
  • Prendete un mattarello e bastonate eventuali grumi di incrostazioni della teglia. (Il miscuglio in sé dovrebbe essere abbastanza psicomogeneizzato).
  • Fate accendere e surriscaldare il forno (preferibilmente a norma UN) dalla puttana di vostra mamma.
    (Evitate di piagnucolare troppo sull’utilizzo storico del forno. Le ricette migliori si ripetono ciclicamente).
  • -Lastly, but not least- Ricoprite zelantemente e continuamente il miscuglio con zucchero a coltre, per rendere il tutto più dolce, falso, mistificato, dimenticato, taciuto, oscurato. Placido.
  • Allontanatevi, giratevi dall’altra parte e fatevi guardare dalla televisione. Se vi sembra che il cocktail si sia stabilizzato, potete infornare.

Q. b.?

Favole per anziani #5

Una notte sognò la rivoluzione. Era lì davanti a lui, perfetta, integra.
Si guardarono soddisfatti. Sazi. Finalmente si possedevano.

La mattina si alzò con le idee chiarissime. Voleva fare qualcosa. Innanzitutto si inventò un linguaggio, che potesse vagamente veicolare quel sentimento. Poi istituì un’organizzazione, organizzò un’istituzione, ordinò e coordinò, divise ruoli, arruolò divise.

Quindi andò, per le strade e per le piazze, per i campi, per i nomadi, per le case e per le cose del mondo, ispirandosi, o volendosi ispirare, o avendo voluto volersi ispirare a quello che -appena la notte prima- aveva conosciuto così intimamente.

Distrutto, tornò a letto.

Se avesse anche solo provato a paragonare la tiepidezza dei risultati storicamente raggiunti, al calare della sera, col calore della rivoluzione, quella notte non sarebbe riuscito ad addormentarsi.
Non si sarebbe più ritenuto degno di accogliere, eventualmente, un’altra volta, un altro sogno.

 

Fare è limitarsi a fare.

 

untitled #3

(tratto dalle interviste di sempre)
-Ad un certo punto, non so, è venuto qualcuno. È avvenuto qualcosa. Tutta la potenza che avevamo, che aleggiava, che c’era e lo sapevamo, beh tutta questa potenza è stata sussunta, riassunta, inscatolata, imbottigliata,murata, armadiata, cassettata, molta cestinata. La più immane, (ed era la più immane),è stata ridotta ad oggettodicriticapositiva.

-Io non so bene, ma da quel momento è stato diverso. Prima eravamo immersi nella natura, eravamo cose tra le cose, anime ed animali, senza occhiali da luce, senza plexiglass antiproiettili. Se succedeva qualcosa sotto i nostri occhi o sotto le nostre orecchie o sotto i nostri polpastrelli, il cuore se ne accorgeva. Accelerava, o decelerava, o si fermava.
Poi invece, non saprei veramente dirle come, smettemmo. Iniziammo a parlare, discutere, disquisire, «di’ “squisito”! », dibattere, divergere.
Ma niente, e dico niente, potè mai più sfondarci, sconvolgerci, stuprarci, nè anche solo distrarci.
Niente veniva riferito più al tutto, posso assicurarglielo.
Per ogni cosa veniva trovato il suo posticino, da qualche parte, solitamente anfrattini, angolini, sottoscalini.
Niente fu mai più troppo grande.

-Alcuni lo chiamano imborghesizzazione dell’arte. Altri lo chiamano inartismo della borghesia. Uno disse addirittura che if we admit that human life can be ruled by reason, then all possibility of life is destroyed.

-Io le chiedo solo una cosa: le è mai capitato, negli ultimi secoli, di vedere un umanoide a cui si pieghino le ginocchia davanti al peso di qualcosa di veramente pesante?

La legge sull’aborto spiegata ai bambini (che ce l’hanno fatta)

ovvero: sull’impossibilità di dire – su questo argomento – “è una tragedia, ma è giusto che sia legale”, oppure “per me l’embrione è vita, ma lascio libero chi la pensa diversamente di agire come crede”, e altri gustosi ossimori.

Carissimi bambini, procederemo adesso ad una rapida disamina formale della legge 194/78 della Repubblica Italiana, cercando di verificare se, qualora, eventualmente forse, vi si trovino dei vizietti di carattere logico.

Dunque, schematizzando l’ampia rosa delle opinioni ma mantenendo un margine di errore inferiore allo 0,000001%, cioè le inschematizzabili opinioni dei signori politici, ci sono due linee di pensiero. Secondo la prima l’embrione umano non è vita (o non lo è pienamente) (eh?), e questo significa che non lo è né il primo giorno del concepimento, né tre mesi dopo, né in nessun momento prima di uscire dal grembo materno. È la mamma che finchè ospita al suo interno l’embrione, cioè fino al parto, ha piena sovranità su di esso (affermazione che equivale spiccicatamente a quella più graziosa che recita “l’embrione ha dei diritti ma ne ha meno della mamma”, visto che l’insieme “dirittidell’embrione” è strettamente contenuto nel più vasto insieme “dirittidellamamma”.)

La seconda fazione invece -per qualsiasi motivo la cui natura, sia essa religiosa o sociale o scientifica o sciamanica, non ha nessuna importanza- pensa l’esatto opposto: l’embrione è, fin dal concepimento, cioè dall’istante successivo alla fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo, una vita umana, degna di godere degli stessi diritti della mamma, del papà, dello zio e di qualsiasi altro essere umano. Per costoro l’aborto ha la stessa identica gravità, ed è paragonabile sotto quasi tutti gli aspetti, all’omicidio.

A favore dei meno arguti, o dei meno avvezzi al ragionamento, o dei non italoparlanti, apriremo ora una piccola parentesi sul significato della parola compromesso. “Compromesso”, dal greco “compromesso”, dal latino “mettere compro”, dall’italiano “Capezzone”, è un punto di incontro a cui pervengono due parti inizialmente belligeranti, ove ci sia un -anche minuscolo- terreno di -anche minima- convergenza dove stabilire il suddetto.
Per fare un esempio, se Marco vuole un leccalecca al cioccolato, e Luigi lo vuole alla banana, nonostante possano averne solo uno possono arrivare al compromesso di prenderlo al gusto “banana e cioccolato”.
Ma, posto che Marco voglia un leccalecca sferico e Luigi cubico, domanda: ha senso inventare un solido chiaramente diverso sia dal cubo che dalla sfera, che ricordi lontanamente, goffamente, populisticamente entrambi?
La risposta era “No”.

Tornando alla questione dell’aborto, le due correnti giungono ad un punto in cui la situazione va chiarita attraverso una legge, la quale teoricamente avrebbe dovuto essere almeno concorde alla volontà della maggioranza della popolazione (per rendere la questione ancora più semplice di quanto già sia, non consideriamo l’influenza che dovrebbe avere, ad esempio, la Costituzione).
Morale (?) della triste favola, l’aborto è legalmente praticabile solo nei primi tre mesi di gravidanza, o al massimo nei primi sei nel caso in cui la donna o il feto bla..bla sempre dietro consultazione bla..bla.

Pensierini:
Se io eventualmente pensassi che l’ebreo sia una persona, dovrei forse permettere a Luigi, nazista, di uccidere qualcuno o qualcosa che io ritengo qualcuno e che ha gli stessi unici diritti miei e di Luigi? A fronte di questa barbarie, che beneficio mi potrebbe recare il fatto che Luigi uccida solo gli ebrei più deboli, i più storti, o comunque solo quelli che non hanno compiuto 33 anni?

D’altro canto, se io, abortista e cerettista, non credessi che l’embrione sia più di un mucchietto di cellule esattamente come un mio pelo addominale, accetterei mai che Marco decida quando posso strapparmi il suddetto pelo della pancia, o se è necessario che sia un pelo incarnito per strapparmelo dopo la prima scadenza? Potrei mai, ogni volta che devo cerettarmi frettolosamente la mattina, passare prima a casa di Marco perché deve provare a convincermi sul fatto che in effetti lui a quel pelo ci tiene tanto, alla fine un pelo è sempre un pelo, e poi la gente glabra lo adotterebbe immediatamente, e i pelati comunque non lo butterebbero in questo modo barbaro,
e tc.?

Io no, però a ben vedere, se la mia posizione di persona nata, in entrambe le visioni, risulta evidentemente privilegiata solo e solamente grazie alla incivile (in senso letterale, cioè precivile) legge del più forte, e quindi tutto sommato effettivamente anche qualora la legge non raggiungesse proprio la perfetta circuitazione logica di un discorso, sarei tendenzialmente portato comunque a sbattermene il cazzo, allora forse sì.

Favole per anziani #4

C’era un signore importante che diceva un sacco di parolacce. Ne diceva e ne sapeva veramente tante, e le aveva insegnate a tutti i suoi amici, parenti, amicidiamici (amava l’autoapprendimento), conoscenti limitrofi confinanti, insomma a tutto il pianeta. Ovviamente in breve tempo diventarono la lingua ufficiale.
Poi, un giorno a caso, i benpensanti –quelli che solitamente usano parolacce forbite tipo Arcigay, dicolore, (capra)ⁿ, “bioparco”(cit.)– scesero dal loro piedistallo e si ribellarono radicalmente a questo
andazzo:
“Cazzo,                              (tra di essi si malcelavano timidamente anche dei poeti)
Che pianeta di merda che è diventato da quando quello stronzo ha iniziato a dire tutte quelle parolacce.”

E allora anche il popolino, magari in maniera un po’ più rozza, cercava di apparire piuttosto stanco della situazione. Dunque insieme, popolino e benpensanti, si misero alla ricerca di qualcosa di più ricercato, qualcosa di trendy ma mai eccessivo, qualcosa da abbinare signorilmente con tutti gli altri signori importanti. Qualcosa che potesse coprire con una lieve, insignificante suoneria di parole la loro inesorabile marcia verso il baratro. Cercavano e cercavano, ma alla fine niente.

Il solito culo.

Poi un giorno, prima o poi o mai, qualcuno o nessuno venne ad indicargli la via, ma tutto questo è marginale e secondo alcuni incerto. Ciò che ci è dato sapere con sicurezza è che mandò un profeta innanzi a lui, per preparare il mondo alla luminosa Verità, affidandogli l’assordante monito:
“In verità, in verità vi taccio. Shhh.”

de mentiale

Si vuole dimostrare che il demenziale sia il nuovo linguaggio delle “intelligenze”, ove per intelligenze si intendano i soggetti che si oppongono, anche -e soprattutto- solo in forma teorica, all’ordine sociale, economico, politico, religioso, blabla, vigente; ordine che chiameremo Imtero.
Per la definizione di demenziale invece, vista la complessità dell’argomento, ci si limiterà a considerare come aspetti caratterizzanti
1)l’essere ridicolo, contrastando la logica comune, interrompendo il sillogismo della norma delle cose, e
2) l’essere totalmente privo di contenuto.

Dunque gli “intelligenti”, nel loro immediato e naturale moto di ribellione, si trovano da subito in una situazione paradossale. Sono completamente immersi, imbevuti, posseduti dall’oggetto della loro critica. Ne sono indistinguibili. Sono, in effetti, il loro proprio bersaglio, e non riescono perciò neanche ad ipotizzare un orizzonte reale che ricomprenda essi stessi e non l’avversario.

A questo punto si verifica un primo violento fenomeno di frustrazione. I più ingenui e volenterosi, in buona fede, si lanciano comunque in un tentativo di discorso critico verso ciò che li circonda, ma a causa della loro onestà intellettuale, molto presto diventano “non credibili” ai loro stessi occhi, e iniziano quindi a ridere scompostamente e istericamente. Dissociatamente.

Altri invece si prodigano nella satira impegnata, e raggiungono talvolta l’illusione di aver aggirato il problema della loro contraddizione esistenziale. Non si rendono conto, invece, che la satira ormai prende di mira solo aspetti  particolarmente grossolani, ereditati da vecchi mondi – i quali, analizzati oggi, nonostante le loro ingiustizie offrivano almeno l’illusione di una via d’uscita praticabile – e che quindi attualmente risultano insostanziali.
Qualora la satira riuscisse, in rari casi, ad essere veramente assoluta, non potrebbe comunque mai essere convinta, perché violerebbe il principio di non contraddizione, e ciò è riservato solo al mondo reale – nella fattispecie della morte – e non alla mente umana.

L’unico metodo di lotta coerente che dunque si offre al ribelle è il suicidio. Nonostante la “universalmente-riconosciuta” sconsideratezza e inutilità del gesto, si potrebbe ravvisare in esso un ipotetico fine anti-imteriale, consistente nel sottrarre mercato al Mercato, sperando in una sua eventuale estinzione e successiva presa del potere da parte di organismi ancora non contagiati dal virus. Ma questa  sarebbe una previsione del tutto utopica, visto il generalizzato e radicato assenso dei prodotti-producenti-acquirenti nei confronti del Mercato, e -ancor di più- l’attaccamento dell’uomo alla vita.

Alla luce di queste considerazioni, e sempre con il pianto dietro agli occhi sorridenti, l’intelligenza si diverte ad infrangere le proprie regole, a cortocircuitare sé stessa volontariamente.

Si concede, in pratica, questa forma di follia (ancora) non patologica: il demenziale.

untitled #2

Esiste un mondo, oggi, dove i ciechi urlano e si ammazzano di
carezze per rivendicare quello che dicono di vedere.

In quel mondo, oggi, quelli che vedono
piangono, e silenziosamente muoiono.

 

Abbiamo fatto l’Italia. Accontentiamoci.

 

 

 

 

 

(mettete il player a 720p. se mandate avanti siete stupidi.)

L’importanza di essere Pennello

Iniziamo dal momento in cui il pittore uscì di casa. D’accordo sì, il quadro era bello che finito. Però aveva lasciato tutto in disordine: pennelli, spatoline, colori, colorini. Il volto della fanciulla che aveva dipinto trasmetteva armonia, va bene,  ma non basta: tutti i colori quella sera sembravano ubriachi. L’idea, va detto, fu collettiva, e tutti i colori imbrattarono una tela nuova. Nulla di più bello per i colori, che notoriamente, perché si sa, da soli sanno solo rovesciarsi.  “Fico fare le cose da soli”. Tipico pensiero del colore. Eccoli dunque tutti copulare, sovrapporsi smodatamente, e dar  luogo ad un’ibridanza oscena di se stessi. “Bella cacata”, “Bella sì”, “Sì sì, splendida” si celebravano. Per anni e danni, continuarono.

In tutto ciò, fatto importante, i pennelli non contavano più nulla. Per delega del pittore, continuavano ad insegnare il tratto e la stesura corretti, ma i colori nel mentre gli bruciavano i peli, e li filmavano con il cellulare. I colori ormai si spartivano le tele, si cacavano sopra, e se le vendevano e compravano tra loro. “È il mercato, e prima ti lanci, magari di testa, prima vendi la tela”, altro tipico pensiero del colore. I colori si arricchivano, i pennelli erano ormai troppo secchi, e sempre più depressi. Non è che volevano arricchirsi, affatto. I pennelli non devono essere ricchi, dicevano i pennelli ai pennelli. Volevano solo fare i pennelli, così come il pittore gli aveva lasciato detto.

Ecco, questa storia non ha un lieto fine. Adesso uno si aspetta che il pittore torna e punisce i colori facendoli sniffare al suo gatto. No no. La notte è lunghissima, il pittore non torna, e i colori si fanno i quadri e si fanno di quadri. Tutto da soli.

“Bella sì”. “Sì sì, splendida”.

Smarks

Favole per anziani #3

“A papà, io in quell’università non ci voglio andare, non mi interessa la Schiavologia.” Così diceva il figlio antico al padre moderno. “Fio mio, forse è da un po’ che non guardi la televisione, ma a Schiavologia ti ci devi iscrivere per forza. Magari per te, i tuoi libri e le tue stronzate non sarà il massimo, ma ormai le classi di Giuslavorismo vanno ad esaurimento, quando finiscono gli ultimi verrà chiusa definitivamente. E poi voglio vedere cosa faranno nella vita, a parte impazzire.” Però niente, il figlio antico non ci voleva proprio andare. Diceva che la facoltà di Schiavologia non c’entrava niente con i suoi studi classici, che avrebbe dovuto formattarsi dalle basi per studiare roba del genere, e che a quel punto preferiva andare a fare lo spazzino, (“E basta con questa pagliacciata da complessati dell’operatore ecologico!”), almeno faceva qualcosa di utile per i marciapiedi della sua città e gli idealisti che ci si trasferivano ogni giorno.

In famiglia, ovviamente, tifavano per il padre. Per esempio, il figlio antico aveva un fratello, il figlio moderno (in realtà non erano proprio fratelli, quello moderno era stato adottato perché era nato povero di soldi), che si era già iscritto a Schiavologia, e aveva un’ottima media, era abbastanzaaldisopradellamedia, aveva subito imparato la nuova lingua biforcuta, aveva subito dimenticato i vecchi concetti. Certo, per lui era più facile, veniva da mondi dove le persone si fanno ancora combattere per il pane, quindi una facoltà o l’altra gli era indifferente, basta che si mangiava, e la mensa di Schiavologia era quasi famosa per i suoi biscottini all’anicuro.

Tra i parenti, l’unica che cercava di rompere l’embargo verso il figlio antico, allungandogli ogni tanto un soldino, era nonna Itala. Non tanto perché condividesse la sua lotta, ma solo perché gli voleva bene, e gli faceva tenerezza a vederlo senza la paghetta. Nonna Itala era tanto buona, tanto cara, ma era vecchia, e ormai aveva perso tutta la sua lucidità, la sua attualità. Quando parlava con il padre, annuiva, ma non capiva niente. Acconsentiva a tutte le sue proposte retoriche solo per stanchezza, per mancanza di forze, per inerzia.
E infatti dopo poco diventò un vero e proprio vegetale, gli ultimi pochi soldi che le rimanevano servivano per sostentare gli ultimi parassiti, e per il nipote antico non le rimaneva più niente. Costui quindi mantenne la sua posizione per un po’, ma quando si accorse, sorpresissimo, che era scomodo quanto un discorso di fine anno di nonna Itala, dovette iscriversi. E frequentava, dava anche gli esami, ma non si fece mai prendere come i suoi compagni moderni. Loro per alcune cose erano veramente dei mostri.

Alla fine, finalmente, finì che la nonna Itala morì di inutilità, e la sua eredità andò al padre moderno, anzi a tutti gli altri padri moderni che il padre moderno avrebbe sposato o che avrebbe lasciato o dai quali sarebbe stato lasciato, e quindi alla fine all’ultimo, grassissimo e risposatissimo padre che sopravviverà.

Il  figlio antico invece, morì quasi subito, di bradicardia. Fece appena in tempo a scrivere sul muro del cesso dell’Università il testamento del proprio nulla:
-Quando venite a fare la rivoluzione, portatevi il pane da casa.-

Partriti

I numeri erano già tutti lì. Zero correva veloce però, perché anche lui, come tutti gli altri numeri e affini, era stato chiamato a partecipare.
Era molto in ritardo, e quando arrivò, il numero Diciassette già proclamava sguaiato: “Chi blablabla metta il dito quassotto!!!” Zero era molto affannato, ma lo stupore per un attimo gli asciugò il sudore, facendogli pensare: “Che bello, mi ricorda quando andavo all’asilo”. La scena continuava, e Zero era ancora dietro una massa di numeri attoniti nel guardare i due sfidanti. “E chi blablabla metta il dito quassotto!” Era passata una Frazione di secondo, una bella squinzia, e tutti i numeri che circondavano Zero si erano sparpagliati e poi riuniti attorno ai due enormi numeroni, che ora li tenevano sotto la loro mano come due grandi cucciolate. Esordì Novanta questa volta: “Noi saremo i Più.” La cucciolata di fronte rispose con un brusio generalizzato, che si tradusse in una rilassato controcanto di Diciassette: “E noi saremo i Meno.”

Tutti i numeri si calcolarono rapidamente, e notarono che in effetti i Più erano un po’ più dei Meno. Anzi, i Meno erano decisamente meno dei Più. Zero non si calcolava, ma era rimasto a guardare, proprio come faceva all’asilo. Novanta venne al Punto, che gli reggeva il microfono: “Noi siamo per l’abolizione delle Equazioni! Non è ammissibile che se un numero si calcola bene e meglio di un altro esso continui a stare in questa assurda relazione con un numero cretino!” Gli Assiomi intanto fungevano da servizio d’ordine, e non facevano altro che spingere i numeri dei Domini dietro il culo dei rispettivi capi. Zero iniziava a capirci qualcosa. “A bbuffone! Noi le Equazioni le continueremo a finanziare, fino a che saranno in grado di rimediare alle difficoltà delle Frazioni e dei Decimali! Piuttosto, limitate le Funzioni, che non aiutano quei numeri che nascono negli Insiemi più poveri!” Zero continuava a capire.
Era praticamente rimasto al centro della piazza Euclidea, solo, immobile, e muto. Si levò una voce dal Dominio dei Più: “Zero! Devi scegliere a quale Dominio appartenere!” “L’asilo” si confermò Zero, che timidamente prese la parola: ”Emeriti Numeri, non vorrei deludervi, ma ora sono molto perplesso, sebbene abbia le idee mooolto chiare. Ad  esempio, mi sembra che le Equazioni non siano giuste senza le Funzioni. Non so, forse esiste un modo per sostenerle entrambe…e poi…ho delle idee un po’ schizoidi ora che ci penso…penso ad esempio che una Variabile, anche se ancora non denota nessun numero reale, non debba essere soppressa. Non solo, ho fortissimi dubbi sul fatto che due numeri Pari, e non un numero Pari e un numero Dispari, possano accudire al meglio una Potenza…ma queste sono solo poche delle Ipotesi che coltivo…ah ecco, a proposito…temo quegli Assiomi che vi spingono..rivaluterei molto le Ipotesi che curo ogni giorno nel mio giardino…detto questo, non saprei proprio dove collocarmi…”.
Ormai fiducioso,  Zero proseguì: “Supponiamo – Novanta non usava esordire così, e nemmeno Diciassette –  che io ora metta il dito sotto Novanta. Allora devo darmi a tutti gli Assiomi di Novanta, e pensare solo con la spinta di essi. Ma io non sono d’accordo con tutti gli Assiomi di Novanta, e nemmeno con tutte le sue attuali proposte; ne segue che io non posso mettere il dito sotto Novanta.  La stessa dimostrazione vale per Diciassette, che lo sappia, che pure se comanda i Meno e conta di meno, non mi intenerisce…”. Detto ciò, abbandonò la piazza.

Zero si era sentito impeccabile. Dopo il discorso, fiero, si era pure tatuato sulla spalla C.V.D.. Ora  però vagava per il suo Insieme, piuttosto aristoborghese, con il suo cane Lemma, lentissimo, e si convinceva sempre di più che quei due Domini erano la naturale deduzione di un sistema formalizzato, di cui piazza Euclidea era solo uno simpatico Esercizio. Tutto gli appariva giusto. D’altronde, pensava, siamo in matematica. Si scandiva allora che i Domini erano i-ne-vi-ta-bi-li; che i numeri avrebbero continuato a raggrupparsi, a farsi tanto tanto calore, e ad adagiare il loro bucio sui sempre più palestrati Assiomi.  Avrebbero continuato sì a coltivare lunghi canneti di Ipotesi, ma solo per poi fumarseli, giustificandosi: “Perché le Ipotesi te salgono troppo, zzì”. ‘Zzì’, dicevano.

L’unica domanda a cui Zero non riusciva ancora a dare dimostrazione era: “Io, Zero, che cosa xyzzo devo fare?” Suonava semplice.

Poi un giorno, uscito dalla doccia, guardandosi lo spazio vuoto che gli stava nel centro, capì un po’ tutto.
Anzi, forse lo aveva sempre saputo.

Lui era lo Zero, e lo Zero, in matematica, non deve fare la differenza.

Per Simone Weil,
Smarks

Cani Afro

Essere negri, negri aborigeni, oggi non è affatto male. Certo, non avremo una spiccatissima intelligenza, né emaneremo un profumo lievissimo, però sicuramente non ci mancano le prospettive per il futuro.
A riempirci il cuore di speranza fondamentalmente ci sono tre categorie.

D’estate ad esempio ci sono i ragazzi che vengono a visitarci, ragazzi bianchi, buoni, biondi. Ci portano le cocacole, ci riportano i palloni da calcio. Piangono molto, ridono molto, hanno molte emozioni in arretrato.
Poi ad un certo punto, massimo un mese, se ne vanno, questo è ovvio. L’effetto-Africa dura una settimana, questo è chiaro. Ma l’Africa è una rappresentazione tragica, e quando la catarsi è compiuta il sipario deve calare.

Poi ci sono le suore. Non sono proprio buone come i bianchi, perché 1) vivono con noi e quindi niente cocacole e 2) sono negre, però comunque sono buone e soprattutto hanno una cosa stupenda -guarda caso insegnata dai bianchi-, la speranza nel dopodomani. Nell’attesa del dopodomani dicono che dobbiamo “combattere ai nostri posti”. Sì, perché come la vuoi combattere una guerra se non rimanendo al tuo posto? Come vuoi andare da qualche parte se non restando incatenato a terra? In realtà, per fugare i dubbi dei più maliziosi, bisognerebbe fare un po’ di chiarezza sulle regole del gioco: si tratta di una guerra estetica, dove il premio va a chi combatte attenendosi maggiormente alle convenzioni di Ginevra e della Vergine, e non a chi nella realtà vince o perde o muore. Anche perché si può provare a vincere oggi, o al massimo domani, ma nel dopodomani si può solo sperare stesi ad occhi chiusi.

Infine ci sono i più buoni, gli ottimi, quelli in cui dobbiamo riporre la maggior parte delle nostre aspettative. Persone che nonostante siano già potenti ricche e salve, fanno nei loro paesi delle battaglie politiche in nostro favore. Battaglie stupende, in delle arene cruente per il velluto e accecanti per le cornici. In pratica (cioè in teoria) questi signori si battono perché i loro governi impotenti ci riconoscano legalmente il sacrosanto diritto di lasciare le nostre terre sporche e volgari, migrare nelle stive delle zattere e ottenere il prezioso documento. Dove si deve leggere chiaramente tra le righe che siamo lì per pulire i loro vetri in autostrada e le loro coscienze sulle scale delle chiese, per riunirci la domenica negli appositi parchetti, un tempo dei tossici, e mangiare l’happy meal senza riflettere sul nome. Pare siano nostri diritti, inalienabili, e noi li vogliamo (cong.) fortissimamente.

Il futuro è rosa per i rosa. Noi purtroppo siamo negri, e aspetteremo.

Epimenidi ribbelli

-In questo paese non c’è libertà di stampa.
Perdonami, quale paese?
-Il nostro.
Ah. Ma è il titolo del tuo ultimo editoriale.
-Sì.
Aspetta aspetta, mi pare che lo hai detto anche l’altra sera in trasmissione, sbaglio?
-No no, non sbagli. Forte eh?
Sì sì, come sempre.
-Beh vorrei vedere; in questo paese non c’è libertà di espressione.
Come?
-Dico, non c’è libertà di espressione.
Ah sì scusa, sono confuso.
-È il regime.
Non lo so.
-Lo so io.
Posso proporti un gioco?
-Mhm…sì, ok.
Prova a dire: “io sto in silenzio”
-Io sto in silenzio.
Ti ho sentito parlare.
-Eh ma dovevo dire…
Non ti preoccupare.
-Finito?
No, ora prova dire: “io non ho libertà di espressione”
-Io non ho libertà di espressione.
Hai detto qualcosa?
-Sì ma…
Hai detto qualcosa.
-È arrivato il maghetto del cazzo.
Ora mi stai anche criticando. La tua libertà di espressione è alla seconda.
-Sono confuso.
E’ il regime.
-Sei una merda.
Ora è cubica. Vuoi concludere il gioco?
-E dai…
Allora scrivi cento volte: “Dove c’è una vera dittatura, nessuno può gridare che essa ci sia”.
-Devo?
Se vuoi…

 

Smarks

Giochi?

Io camminava in modo goffo. Fin da vecchio aveva rifiutato lo sport. Sì perchè Io era nato vecchio, dicevano. E ormai ci credeva pure lui. La cosa  non lo infastidiva, per niente. Quella mattina per Io era una giornata speciale. Era il suo primo giorno di scuola. Io pensava tra sé che, anche se non c’era mai stato, a scuola, lui poteva correggere i maestri e destituirli; fare lui stesso lezione. Come parlava forbito, Io. Dopo tutto, vecchio com’era, lo canzonavano gli altri. Però  in cuor loro, perché solo quello in fin dei conti avevano, sapevano tutti che Io non era un presuntuoso. Com’è sensibile Io, dicevano tutti. Com’è profetico Io. Io, Io, Io. E pensare che aveva solo tre anni.

La ricreazione era ormai vicina. Io era impaziente di riflettere i suoi futuri amici. Ovviamente Io aveva ben riflettuto il concetto di amico, prima. E ancora prima il concetto di concetto. Aveva passato gran parte della lezione anche a riflettere l’aula ed il maestro, senza ascoltarlo, e già due tre saggi gli erano cresciuti nella testa.  Ora però si doveva tutti giocare. Io si avvicinò ad uno che aveva passato la lezione a cercare di scaldarsi a forza di peti. Faceva freddo freddo, e costui pensava che petandosi addosso un po’ di calduccio poteva salirgli tra i vestiti.  Io gli si avvicinò, e si presentò: “Piacere, Io” disse. “Piacere” rispose quello. Io gli concesse venti secondi, affinchè anche lui dicesse il suo nome. Ma il bimbo non proseguì. Io allora con pochissimo garbo gli chiese: “Potrei sapere come ti chiami?”.  “Non mi chiamo” disse il bimbo. Aveva davvero un viso da gonzo, notò Io. “Come è possibile che non ti chiami?” disse Io. “Non mi chiamo”. Io era incuriosito dal gonzo  sempre di più, così chiese: “Allora..cosa ti piace fare?” “Beh, io adoro mangiare; però in effetti mi piace anche respirare…ma il mio divertimento preferito è fare la cacca.” “Anche se mia mamma mi dice sempre che per il passatempo più bello però devo aspettare di diventare grande..per adesso so solo che si chiama riproduzione”.

Io tutte quelle cose le faceva da sempre, ma non se ne era mai accorto. Dell’ultima però, quella dei grandi, ne sapeva meno del gonzo. Almeno lui ne sapeva il nome. Così il gonzo chiese: “E tu? I tuoi interessi quali sono?” Che sguardo bovino che aveva, pensò Io, che rispose: “Io rifletto le persone e le cose”. Il gonzo fece la faccia da gonzo.  “Eppure sei diverso da uno specchio..”. “Ma noo, io rifletto nel senso che penso alle cose e alle persone. Penso al mondo.” Ed il gonzo: “Mi sembra una cosa da grandi. Anzi, da vecchi..”. “Si, forse lo è..” disse Io, che intanto mi chiedeva se per piacere potevo chiamare il gonzo ‘()’. In effetti almeno due parentesi se le meritava, pensai. Da quella mattina Io e () giocarono sempre insieme. () mangiava e petava per tutti, che ridevano e ridevano. Io rifletteva le risate di tutti, in particolare quelle di Arte e Potere, due bambini molto eccentrici.  Io aveva avuto fin da subito una strana sensazione però: era come se lui non giocasse. Il tempo passava, e lui si sentiva sempre più di esserne indipendente, dal gioco. Di questo ad un certo punto ne fece vanto, procurandosi così le prime antipatie. Per la prima volta però si basava su una sensazione. Non rifletteva di riflettere.

Fu però la maestra, Storia, che un mattino lo prese  da una parte, e, dopo essersi congratulata, sarcastica, con () dell’ennesimo peto a freddo,  gli disse che lei lo avrebbe considerato come tutti gli altri. Che non doveva illudersi.  Che per lei anche lui aveva giocato. E soprattutto, che come lui ce ne sarebbero stati altri. E che anche tutti loro avrebbero giocato. Suonò la campanella.
Era, di nuovo, ricreazione.

Smarks

Marciapiedi di limone e auguri di natale

È venuto un mio amichetto alieno a visitarmi, in questi giorni che non ho avuto scuola. Abbiamo fatto un giretto per le vetrine dell’Occidente dei negozi. Stamattina ho sfogliato il suo diario segreto, e c’era scritto:

Santo Natale 2010, Terra:                                                                                                         Alla duemiliardesima scena del film in cui il padre divorziato del bambino handicappato sordomutocieco chiederà quasi seriamente meravigliato alla maestra volontaria di suo figlio: “Perché lo fa?”, invece del silenzio sornione scaricabile da iTunes, lei cinica con sorrisetto lapidario nel senso di lapide: “Perché mi illudo che le mie ceneri siano un giorno un po’ più pregiate della polvere, e invece neanche quello.”

Questo pianeta, oggi, prima che nichilista e annichilente, è soprattutto nichileunte.

Favole per anziani #2

C’è questo Matteo. Matteo è bravissimo a fare lancette di orologi da polso, ma bravo davvero. È da quando era ragazzino che ha smesso di studiare per iniziare a fare lancette. Si è proprio specializzato in lancette. Oltre a farle molto funzionali, ergonomiche, giovanili, le fa anche molto carine. Hauncertogustodiciamo. Però solo per le lancette, di altro non sa.

Poi c’è questo Marco. Marco si occupa da sempre di vetrini di orologi da polso. Da piccolissimo era stato a bottega da un maestro vetraio, molto vecchio e anche molto all’antica, tuttora molto sconosciuto. Il maestro faceva vetri di tutti i tipi, una volta gli avevano addirittura chiesto di vetrare una casa intera e lui effettivamente l’aveva riempita di vetri di tutte le forme, colorati, incolori, diversi. Era diventata un’opera d’arte, unica. Ma comunque, un bel giorno, Marco lasciò il maestro perché si voleva specializzare. E all’inizio i vetrini di orologi da polso non è che proprio lo entusiasmassero, però dopo qualche secolo già diceva che amava il suo lavoro, che non avrebbe potuto fare altro nella vita.

Luca invece è uno specialista negli ingranaggi di orologi da polso. Da bambino sapeva anche leggere, scriveva un po’ male ma scriveva. Poi decisero che era un appassionato di ingranaggi, e in effetti avevano deciso che ne era veramente appassionato, e quindi andò in quell’officina a fare quegli ingranaggi. Inutile dire che oggi è diventato un professionista. I suoi meccanismi, le sue rotelle, vanno perfettamente d’accordo, perdono un secondo ogni 10000 anni, ma solo a volte, ed eventualmente si autocastigano. Spesso accelerano da sole, per recuperare tempo dal tempo. Veramente bravi componenti, non c’è che dire. E Luca lo sa, e nella misura in cui gli è concesso ne va molto fiero.

Poi ci sarebbe Giovanni. Non sa fare niente di preciso, sa fare qualcosina, ma male, lentamente. Giovanni sa solo guardare, da fuori, dall’alto, dall’altro. E dice sempre che a lui, questi orologi, gli fanno schifo.

Ricetta

Ricetta del Natale:

Prendere un senso di vuoto, la mattina presto, quando ancora non è autocosciente, ed edulcolorarlo abbondantemente con vernice rossa (cancerogena o comunque tossica).

Fornire e sottrarre calore attraverso Δt tra T atmosferica, T centro commerciale, T parcheggio,        T focolare domestico.

Lasciar mentecare.

Servire fredda. Così l’anno prossimo non imparate.

PierFilippiche

Postulato che noi antarchici non siamo coinvolti in passioni umane, ma siamo condannati a comprendere il tutto

e

Premesso che non è certo questo il luogo di ciarlare dell’adorato politicame e che perciò eventi del genere si verificheranno molto raramente,

E’ molto gettonata (circa 15mila euro al mese), di questi tempi, la filastrocca “no alla politica dell’odio, no all’antiberlusconismo fine a sé stesso, dobbiamo trattare coi nostri avversari politici (pluralia maiestatis)”.

Chiederei gentilmente il perché. Perché bisogna trattare con un aspirante dittatore? Perché non si può odiare o antiberlusconeggiare un ducetto?

Risposta: perché siamo in una democrazia.

Chiosa: Siamo in una democrazia malata. Glissando su molti e profondissimi dubbi riguardo la radicatezza del nostro attuale sistema democratico, o occidentale in genere,stabiliamo che oggi Berlusconi sia il nostro unico problema. Non solo, fingiamo anche che il problema sia solo legato agli aspetti giudiziari e morali di Berlusconi, senza badare al fatto che sia un imprenditore e possieda le tre più seguite emittenti televisive nazionali private.

Impostiamo dunque la resistenza, lo scontro, esclusivamente su questo flusso (ingente e variegato, per carità) di scandali. Meglio ancora, andiamo a combattere (anche se una volta in guerra si dimagriva) nel campo del nemico, facciamo programmi televisivi, urliamo, scriviamo giornaletti, gossippiamo. Chiediamo ai politici di opposizione “carisma”, e non capacità dialettica, né tantomeno perizia o ideologia. Un giorno gridiamo “vorresti farti rappresentare da un mafioso”, il giorno dopo “da un puttaniere”, poi “corruttore”, poi “pedofilo”, poi “massone”. Generiamo nel popolo la scandalizzazione. La scandalizzazione, purtroppo, appartiene al campo delle passioni. E come tutte le passioni (tranne l’amore matrimoniale) è destinata a scemare. Ciò che ne resterà sarà solo la scusa ideale per approdare al più improvvisato, bieco e superficiale qualunquismo.

Ma dopotutto, sarebbe giusto chiederci, a chi stiamo urlando? Al rampante infimoborghese del novantesimo minuto. Che su queste basi, secondo noi, dovrebbe condannare il suo eroe, colui che gli dà la forza di continuare a fare pesi in palestra e la ceretta nel culo, metti caso la Ruota della fortuna si giri proprio dalle sue parti. Al cattolico della domenica di pasqua degli anni bisestili, uno che con lo scandalo ci convive (a conferma di ciò) da sempre. E’ evidente, ed evidenziato ricorrentemente dalla pagliacciata elettorale, che tutto ciò non gioverà.

Ma da dove nasce questo aberrante personaggio che frustra ogni nostro tentativo di interagire? Nasce dal Grande Fratello, cresce con Uomini e Donne di qualsiasi gradazione tra i due sessi aborigeni, crede in Verissimo, legge il Tg4.

E cosa fare allora? Scartato il suicidio, che comunque noi scriventi consigliamo almeno di valutare seriamente, che si elevi il discorso. Che si ripristini la logica. Che si restituisca il significante al significato. Si vada casa per casa a insegnare il linguaggio e la geometria sui quali fondare tutti i ragionamenti sui quali fondare la discussione politica. Se qualcuno potrà riscattarsi veramente, in tutte le sue funzioni, sarà solo in questo modo. Una volta riottenuti i propri mezzi discernitivi, gli risulterà evidente l’incompossibilità di un imprenditore/plasmatore di ominidi e un incarico di governo in una democrazia. Sarà allora la sua stessa ragione a costringerlo a odiare il paradosso. Sarà la sua stessa ragione -senza aver bisogno di sapere di Ruby, D’addario, Mills, Mangano, Bunga, Bondi, delegando anzi la magistratura ad interessarsi di tanta povertà spirituale- ad obbligarlo a odiare il presidente del consiglio Silvio Berlusconi.

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Staremo sempre dalla parte dei più deboli, soprattutto se si tratta dei nostri schiavi.

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de antarchia

Cari anzianini, vi racconto una storia.  C’erano due volte, una a testa, due gemellini  che appena nati persero i genitori in un brutto monolocale stradale. Fortunatamente i servizi antisociali dell’epoca funzionano perfettamente, e i due vennero subito adottati.

Il primo andò in una famiglia che non aveva potuto avere figli propri -la casa era sterile-, c’era solo una mamma, di nome Televisione, e un papà, -che però dall’aspetto sembrava un nonno, mentre in realtà era almeno il nonno del papà di un nonno-, che non si chiamava né tantomeno lo chiamavano col suo nome. Dunque, il bimbo cresceva sotto gli occhi attenti della Televisione, mai troppo severa, sempre presente e zelante, insomma, una brava mamma. Il papà, o il nonno del bisnonno, insomma il vecchio senza rughe, non si faceva mai vedere, sembrava quasi si disinteressasse del nuovo arrivato. Solo una volta, gli fece un regalo, una orribile tuta da soldatino, evidentemente già usata da millenni, abbinata a degli occhiali da luce, cioè con delle magiche lenti per vedere buio. Unica piccola clausola, i regali, una volta indossati, non andavano tolti, ma solo per i primi tempi. Giusto i tempi di fare le uova, insomma.

L’altro gemellino, stessa storia. Altra famiglia ma identica, perché in effetti a quei tempi vanno di moda così, e poi erano talmente disponibili nelle adozioni che non c’è proprio motivo per lamentarsi. L’unica differenza fu che questo papà, anche lui vecchissimo e senza rughe, regalò al figlio un vestito diverso, seppur altrettanto brutto: una divisa da manifestante. E ovviamente degli occhiali, però stavolta occhiali da intellettuale, cioè con, al posto delle lenti, rivolti verso l’interno, degli specchi.

C’era una volta, ma stanno rifacendo delle repliche in questi millenni, una manifestazione. Una manifestazione, nonostante il termine, è un rito dove un gemello e l’altro gemello si incontrano. Uno ha l’elmetto  da soldatino, l’altro il casco da manifestante. Uno indossa gli occhiali da luce, l’altro quelli da intellettuale.

Qui si chiude la favola. Da qui inizia la storia.

La storia esige che i due gemelli non si tolgano gli occhiali, non si riconoscano dagli occhi lucidi dentro i vestiti opachi. Non alzino lo sguardo verso la telecamera, non salutino i loro genitori. Non capiscano che i loro padri, anzi il loro padre, perché è lo stesso, si chiama Potere e non è il loro vero padre. La storia impone che non si abbraccino fraternamente. Che non ridano, perché ormai riderebbero di loro stessi. E non si ride dei morti.